Proteste
«Picchiata e rapinata», ma era tutto falso
Giovane donna per due mesi denuncia una decina di aggressioni seriali: la polizia la smaschera grazie alle telecamere
LUCCA. Due mesi di lavoro, di energie in termini di uomini e mezzi e di costi per la collettività nel tentativo di cogliere in flagranza di reato un....fantasma. Un presunto serial killer che entra e esce come e quando vuole dall’abitazione di una giovane donna che risiede in Lucchesia aggredendola, picchiandola e rapinandola. E riuscendo ogni volta a farla franca. Il racconto della «vittima» è talmente convincente e credibile che i familiari, i parenti e lo stesso compagno della donna non hanno il minimo dubbio sulla veridicità di quei drammatici racconti e si rivolgono anche alla Prefettura affinché le forze di polizia si concentrino su quel caso e usino tutti i mezzi in loro possesso per catturare il malvivente. L’indagine inizia a dicembre e a fine febbraio il clamoroso colpo di scena. I dieci episodi denunciati non esistono. La trentacinquenne lucchese - una donna senza apparenti problemi di natura psicologia, con un lavoro e con dei solidi legami affettivi - si è inventata tutto. La procura chiude l’inchiesta e denuncia la protagonista per simulazione di reato: rischia da uno a tre anni di reclusione. Al momento non ci sono spiegazioni logiche sui motivi che hanno spinto la donna ad inventarsi quella storia da brividi. Disturbi della personalità? Un modo per richiamare l’attenzione delle persone care che riteneva essersi allontanate da lei? Difficile dirlo. Difficile capire e giudicare da fuori. Di certo c’è che, al di là della denuncia penale (un atto dovuto), la protagonista in questione ha più che mai bisogno di avere qualcuno che si prenda cura della sua psiche.
Minacce e botte. Dieci episodi, varie denunce, referti medici per lividi e tagli sulla pelle. Racconti che sembrano tratti da un racconto di Edgar Allan Poe o da un film di Alfred Hitchcock. Lei sostiene che uno sconosciuto, a volte armato di coltello, a volte disarmato entra nella sua abitazione la minaccia e la rapina. Accade due volte. Bottino: mille euro. E alza pure le mani su di lei ferendola leggermente tanto che è costretta a ricorrere alle cure del pronto soccorso.
Biglietti anonimi. Ma non è finita lì. Racconta che quando esce di casa per andare a lavoro trova sul parabrezza dell’auto, sotto la porta dell’abitazione e persino in ufficio dei biglietti anonimi. Frasi piene di minacce e insulti. Caratteri in stampatello per non riconoscere la calligrafia. Una volta sostiene che mentre viaggia in auto per la strada che la riporta a casa quell’individuo che turba le sue serate, la rapina e la picchia, compare all’improvviso e lancia verso la sua vettura diverse bottiglie tanto che lei rischia di provocare un incidente.
Intervento della polizia. Racconta tutto ai familiari e al compagno che le credono ciecamente e si rivolgono con sempre maggiore insistenza alle forze dell’ordine e all’autorità giudiziaria. Alla fine il sostituto procuratore Piero Capizzoto delega acceretamenti mirati alla squadra Mobile diretta dal dottor Virgilio Russo e incarica il medico legale Stefano Pierotti di stabilire se le lesioni riportate dalla donna sono compatibili con un’aggressione. L’anatomopatologo esclude quell’ipotesi: si è ferita da sola. Ma non è tutto. Vengono installate telecamere fisse per controllare l’abitazione e una rete di sorveglianza per proteggere 24 ore su 24 la donna. Tra l’altro la presenza di un cane molto aggressivo in quella casa è ritenuta un efficace deterrente. Pian piano la presunta vittima cade in contraddizioni sempre più evidenti sino a mistificare la realtà. Il rapinatore misterioso non esiste è frutto della sua mente distorta. E così scatta la denuncia.
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