Il Tirreno

Lucca

Chiari sceglie l’attacco «Mente chi mi accusa»

di Luca Tronchetti
Chiari sceglie l’attacco «Mente chi mi accusa»

Sotto inchiesta per presunti favori alla proprietà delle Officine Della Latta, l’imputato si scaglia in particolare contro l’allora collega di giunta, Cappellini

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LUCCA. Marco Chiari in aula è un fiume in piena. Graffia, punzecchia, replica, attacca. È l’imputato chiave del processo per la presunta corruzione legata alla vendita all’ex Safill dei 65 posti auto a un prezzo ritenuto di favore. Una vendita che, per l’accusa, avvenne attraverso l’impegno dell’allora super assessore che, in cambio, avrebbe ottenuto in affitto a un prezzo vantaggioso un ufficio del complesso dove ha svolto sino al 2013 la sua attività professionale. E nelle due ore e mezzo di deposizione davanti ai giudici del tribunale (presidente Valentino Pezzuti, a latere Stefano Billet ed Enrico Mengoni) Chiari tiene desta l’attenzione generale difendendosi con le unghie e con i denti su tutta la linea e non risparmiando frecciate al vetriolo a quelli che ritiene i suoi grandi «nemici»: l’ex assessore Elio Cappellini, l’architetto per dieci anni nel suo studio Miriam Baccelli e il pubblico ministero Fabio Origlio. Il geometra Chiari sostiene di non essere stato presente alla votazione di giunta dell’8 marzo 2011 relativa alla delibera di rinuncia da parte del comune di Lucca alla costituzione di usufrutto dei parcheggi della società Safill e di aver assecondato, per non urtare la sua suscettibilità, l’ex segretaria comunale Tiziana Picchi quando al telefono gli aveva chiesto di metterlo assente a quella seduta. L’ex super assessore della giunta Favilla replica alla procura sostenendo che nell’ambito della riqualificazione del complesso denominato Officine della Latta non ha guadagnato «neanche una cena» e ribadendo di aver favorito con il suo intervento l’amministrazione comunale, che aveva l’esigenza di fare cassa, «rifilando un pacco alla Safill».

La testimonianza di Cappellini. Chiari è accusato di corruzione e falso in atto pubblico. Per quest’ultimo reato a inchiodarlo è la testimonianza giurata dell’ex assessore alla polizia municipale della giunta Favilla: Elio Cappellini. Sia in fase istruttoria che in aula Cappellini sostiene che non solo Chiari era presente alla riunione di giunta dell’8 marzo 2011 per votare sulla delibera della cessione del diritto di usufrutto da parte del comune di Lucca alla ex Safill, ma che intervenne pure quando, a suo avviso, doveva uscire o quantomeno astenersi per ragioni di opportunità (aveva preso in affitto lo studio professionale all’interno delle Officine della Latta). Gli altri colleghi che facevano parte della giunta hanno invece un ricordo più sfumato e non sanno dire con esattezza se in quella votazione Chiari c’era o non c’era. Ma la sicurezza di Cappellini e i particolari forniti su quella riunione di giunta stridono con il verbale firmato dall’ex segretaria comunale che segna assente il super assessore. E la telefonata intercettata dai carabinieri del reparto investigativo, in cui Picchi chiede a Chiari se lo deve mettere assente, per l’accusa è una prova sufficiente per configurare il reato di falso ideologico.

Gelosie e litigiosità. Chiari davanti ai giudici spiega la «sicumera» di Cappellini come un’antipatia personale nei suoi confronti: «Ho fatto l’assessore per tre mandati sia con Fazzi che con Favilla. Le altre giunte erano più mature e navigate. L’ultima invece era formata da giovani privi di esperienza politica. C’era casino anche quando si dovevano votare le delibere. Gente che entrava e usciva. Un vero porto di mare e anche per la segretaria non era facile gestire la situazione. Io poi non ero visto di buon occhio perché non ero un politico. Ero uscito nel 2004 da Forza Italia e non prendevo ordini dai partiti. Ero stato scelto personalmente dal sindaco per occuparmi di urbanistica, traffico e varchi. E alcune deleghe prima del mio arrivo le aveva Cappellini, che all’interno della giunta ha sempre fatto la parte del moralista. Su quella pratica mi ha attaccato e credo di avergli risposto per le rime. Non ci amavamo. Lui non racconta la verità. Su quella pratica mi sono alzato e sono uscito per una questione di delicatezza, in quanto avevo lo studio in affitto là dentro». Sulla telefonata, il giorno successivo, della segretaria registrata dai carabinieri, l’ex super assessore non ha dubbi: «Quando mi ha detto se volevo essere assente non ho neanche pensato a dirle che io non c’ero in quella votazione. È abbastanza permalosa e non volevo mettere in imbarazzo il sindaco e così l’ho assecondata».

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