Il Tirreno

Lucca

Manzione racconta il suo Chet Baker

di Luca Tronchetti
Manzione racconta il suo Chet Baker

Il sottosegretario tra musica e letteratura. Quante risate per gli aneddoti del figlio di un secondino

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LUCCA. È rilassato il sottosegretario. Finalmente dopo tanta politica si parla delle sue grandi passioni: la musica e la scrittura. Sala Ademollo a palazzo Ducale con l’Associazione Musicale Lucchese magistralmente diretta da un musicista sensibile come il pianista Simone Soldati che organizza una giornata dedicata a Chet Baker a cui Domenico Manzione ha dedicato un romanzo di successo: «Il mio amico Chet». Accanto al magistrato c’è Francesca Fazzi che ha curato con la casa editrice Mpf il volume e con malcelata soddisfazione celebra l’autore. Il parterre è prestigioso. Oltre al presidente della Provincia, Stefano Baccelli, che fa gli onori di casa e chiama affettuosamente e più volte «Mimmo» il sottosegretario all’Interno c’è il presidente della Fondazione Arturo Lattanzi e soprattutto il maestro e il padre putativo di Manzione: Giuseppe Quattrocchi. Ma a salutare l’amico ci sono anche i colleghi Fabio Origlio e Sergio Garofalo il capo dei gip Marcella Spada Ricci e poi diversi avvocati tra cui il «decano» Giorgio Nencini uno che la storia giudiziaria di Chet Baker a Lucca la conosce bene per aver vissuto quegli anni e aver frequentato le atmosfere del bel libro di Manzione.

A ruota libera. L’ex pubblico ministero parla a ruota libera. Lui che con in compagnia degli amici fidati tira fuori la chitarra e intona le musiche dei Beatles si confessa amante dela musica rock e sul jazz tifa da sempre per il «suo» amico Chet. «I due più grandi trombettisti di sempre sono stati Chet Baker e Miles Davis. Ma mentre il primo è la musica dell’anima, il secondo è la musica della ricerca». E tra il cuore e la ragione alla fine prevale il sentimento.

Topo d’archivio. Per la stesura di questo romanzo - nato quasi per caso dopo quattro chiacchiere tra amici al mattino in un bar di Viareggio - Manzione ha setacciato l’archivio del tribunale di Lucca. Un viaggio che lo ha arricchito e che gli ha fatto scoprire un Chet Baker diverso: fragile, indifeso, desideroso di aprirsi agli altri di raccontare il suo disagio, la sua fatica di vivere.

Risate di gioia. Ma il momento più divertente che ha strappato applausi all’intera platea è stata la testimonianza del figlio di un «secondino» del carcere di San Giorgio. All’epoca la sua famiglia viveva proprio negli alloggi accanto al penitenziario. «Dovevo dare l’esame di riparazione e la mia stanza era vicina alla cella di Chet Baker. Quella tromba sfiatata mi dava ai nervi, non riuscivo a concentrarmi. Che ne sapevo io di jazz?». Esilarante l’aneddotto sui quattro giovani musicisti lucchesi che si ritrovano sotto la cella del trombettista per improvvisare un concerto. «Mio padre non era in servizio, ma aveva un altissimo senso del dovere. Appena li vide li cacciò via e il concertino s’interruppe sul nascere. Pensate che a un certo punto con un magnetofono Geloso provai a registrare quella musica. Ma l’incisione venne male e buttai via tutto. E pensare che avrei fatto soldi se l’avessi tenuta».

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