Il Tirreno

Lucca

Un nuovo processo per Jolanda Zambon

di Luca Tronchetti

La Corte di Cassazione annulla l’assoluzione dell’imprenditrice lucchese dall’accusa di estorsione

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LUCCA. Dopo un calvario durato due anni era stata assolta dalla Corte d’Appello di Catanzaro che aveva decretato la sua assoluta estraneità a una presunta estorsione ai danni di un imprenditore di Amantea (Cosenza). La fine di un incubo per Jolanda Zambon, 51 anni, imprenditrice ed ex vice presidente dell’Assoindustria Lucca. Ma quella ferita che pian piano stava rimarginandosi rischia di essere riaperta dalla decisione della seconda sezione penale della Suprema Corte di Cassazione che, su ricorso presentato dal procuratore generale, ha annullato la sentenza di assoluzione dell’imprenditrice lucchese disponendo un rinvio del processo a un’altra sezione della Corte d’Appello di Catanzaro. Un fulmine a ciel sereno che adesso costringe l’ex presidente del basket femminile a difendersi nuovamente nel processo.

L’origine. La Zambon - all’epoca dei fatti assistita dall’avvocato Giovanni Frullano del foro di Pisa - in primo grado era stata condannata con l’accusa di estorsione dal giudice dell’udienza preliminare di Catanzaro a un anno e otto mesi di reclusione con i benefici di legge escludendo l’aggravante del metodo mafioso. Decisione completamente ribaltata in Appello con un’assoluzione con formula piena. Secondo la direzione distrettuale antimafia di Catanzaro tutto nasce dalla denuncia di un imprenditore calabrese, Salvatore De Seta, 35 anni, che nel 2009 per 5-6 mesi aveva vissuto a Lucca e si era occupato della sicurezza della ditta «Media dell'Otto» un'azienda dell'imprenditrice. Per quel lavoro, stando all'accusa, avrebbe ricevuto in pagamento assegni e cambiali. E lì, secondo la Dda, entrano in scena le cosche della n'drangheta. Alcuni esponenti dell'organizzazioni criminosa avrebbero minacciato e picchiato De Seta per impedirgli di incassare gli effetti (per un totale di 33mila euro) e per obbligarlo a versare loro del denaro. Ma l'imprenditore si era già rivolto alla magistratura che aveva messo sotto controllo diversi telefoni. E dalle intercettazioni, per l'accusa, sarebbe emerso che dietro alle pressioni violente dei clan ci sarebbe stato il tentativo dell'imprenditrice di tornare in possesso dei soldi pagati per la consulenza ricevuta. Il 13 maggio 2010 finiscono in carcere esponenti di spicco delle cosche di Amantea e Cosenza e per gli imputati condannati in primo grado e in Appello la Cassazione conferma in via definitiva la sentenza.

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