Il Tirreno

Lucca

Ristoratore rapinato di notte in casa

di Luca Tronchetti
Ristoratore rapinato di notte in casa

Un commando composto da tre albanesi, armati di coltelli e ascia, lo ha assalito insieme alla sua famiglia

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LUCCA. Una rapina su commissione che frutta 4500 euro in contanti e due anelli d’oro e brillanti portata a termine nel cuore della notte da tre albanesi di età compresa tra i 20 e i 30 anni armati di coltelli e di un’ascia e che sapevano di trovare in quella casa di commercianti soldi e gioielli. Complice una finestra lasciata aperta la gang fa irruzione nell’appartamento della famiglia Dianda che gestisce il ristorante La Vecchia Posta a Ponte S. Pietro e minaccia padre, madre e il figlio tredicenne lasciando dormire senza svegliarla la figlia di quattro anni. Ad agire gente senza scrupoli probabilmente avvezza al crimine tanto che usa passamontagne per coprirsi il volto e calze lunghe e nere da uomo come guanti per evitare di lasciare impronte digitali. Come dei gatti i rapinatori si arrampicano su una grata posta a piano terra dove si trova il ristorante e da lì saltano sul davanzale della finestra aperta che si affaccia sulla camera dove dorme un ragazzino di 13 anni che frequenta la terza media: il figlio di Andrea e Alina Dianda. È in quel momento che inizia l’incubo.

Una lama nel buio. «Avevamo chiuso il locale all’una e mezzo di notte. - racconta Alina, 37 anni, romena, la moglie del titolare del ristorante La Vecchia Posta che aiuta il marito nella gestione del locale - Tornati a casa (l’appartamento è sopra la trattoria) siamo andati a farci una doccia. Mio marito è andato a letto nella camera dove dorme la bambina io mi sono messa in poltrona davanti alla tv dove stavano trasmettendo un film giallo. Erano le 2,15, ero stanca per il lavoro e mi sono addormentata davanti al video». Un sonno profondo che prelude a un risveglio spaventoso. Sono le 3,15 quando i malviventi, scavalcando la finestra aperta, si trovano nella camera del ragazzino. Lo svegliano mettendogli una mano alla bocca per non farlo urlare e puntandogli alla gola un coltello da cucina. «Dacci i soldi» le uniche parole che l’adolescente terrorizzato riesce a capire. Sono momenti drammatici. Il ragazzo riesce a far capire ai malfattori che il denaro ce l’ha la mamma. Così lo trascinano fuori dal letto e lo spingono, sempre sotto la minaccia della lama che riluce nel buio della stanza, verso il salotto-tinello dove Alina Dianda si è addormentata.

Come nel film Shining. «Giuro, non li ho sentiti. Forse si sono tolti le scarpe o forse ero talmente cotta che non mi rendevo conto di cosa stava succedendo intorno a me. Arrivati al divano hanno spinto mio figlio ai miei piedi. Mi sono svegliata di soprassalto perché ho sentito una mano che mi comprimeva la bocca. Di fronte a me ho visto due occhi accecati dall’odio che mi fissavano da un volto celato da una maschera. È stato orribile, credevo fosse un incubo». Invece era tutto vero. Quel bandito brandiva una piccola ascia e minacciava di morte la donna e il figlio. «Sono romena e non posso sbagliarmi. Il loro idioma, i loro lineamenti mi inducono a dire senza ombra di dubbio che quel commando era composto da albanesi. - prosegue ancora sotto choc la moglie del ristoratore - Nella loro lingua mi hanno detto che sapevano che nella casa c’erano denaro e gioielli e che erano lì perché qualcuno li aveva indicato la nostra casa. Quando ho visto l’accetta e i coltelli non ho avuto dubbi: ci avrebbero massacrati se non gli avessimo consegnato tutto ciò che avevamo. Mi sono sfilata dalle dita i due anelli d’oro che avevo e li ho consegnati. Poi ho detto che i soldi erano nell’armadio della camera da letto dove dormiva mio marito con la bambina di quattro anni».

Quaranta minuti di terrore. I banditi - magri, con indosso jeans attillati e giubbetti corti tipo bomber - si dirigono verso la camera da letto dove dorme Andrea Dianda, 53 anni. Con lui c’é la piccina che, fortunatamente, continua nel sonno profondo e non si accorge di nulla. «Aperti gli occhi - dice il ristoratore - mi sono visto un coltello vicino alla faccia. Nel dormiveglia ho pensato a uno scherzo e ho dato una spinta a quella persona che si trovava ai piedi del letto. Pochi istanti dopo avevo una lama puntata dietro la schiena». I rapinatori aprono l’armadio e sopra un’agenda trovano l’incasso del weekend (venerdì e sabato) che i ristoratori oggi avrebbero depositato in banca. È trascorsa più di mezz’ora dal momento dell’irruzione. «Ci hanno fatti entrare tutti nel tinello - conclude Alina - e a quel punto, minacciando di ucciderci se avessimo chiamato la polizia, hanno guadagnato l’uscita. In pratica ci hanno chiuso dentro lasciando le chiavi nella toppa esterna della porta d’ingresso. Erano le 4,07 quando abbiamo telefonato alle centrale operativa della questura. Sgobbiamo dalla mattina alla sera per guadagnarci onestamente da vivere e rischiamo ogni giorno di morire per colpa di questa gente senza scrupoli. È stata un’esperienza traumatica che non dimenticheremo più». Mobile e scientifica sono a lavoro per cercare di individuare i responsabili.

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