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Quando la biadina si beveva solo da Tista
Su Internet nasce una mappa collettiva di luoghi e personaggi della Lucca che non c'è più - Commenta
LUCCA. C’è una nuova mappa di luoghi, volti, fatti, persone di Lucca che si sta creando in questi giorni. Una geografia del ricordo e dell’identità, che prende vita su quello che sta assumendo il connotato di un vero e proprio fenomeno (parola abusata, ma in questo caso azzeccata): il gruppo Facebook “sei lucchese se...” che, nel giro di pochi giorni, ha già raggiunto oltre 1.500 aderenti. Ma forse sarebbe meglio dire 1.500 operai di un cantiere di costruzione (e ricostruzione) di una memoria condivisa della città. Perché questi mattoni arrivano dal passato: sei lucchese se ti ricordi quel personaggio, se sei stato in quel luogo, se hai fatto quella cosa che potevi fare solo in quel posto. E pazienza se nella maggior parte dei casi le persone non ci sono più o i luoghi sono stati trasformati: rimangono comunque i punti cardinali di questa mappa che di virtuale ha solo il mezzo che l’ha vista nascere.

Il banco di fiori di "Tuna" in via Beccheria (Foto gentilmente concessa da Cinzia Ricci)
Nomi e volti. I personaggi, allora. La bacheca del gruppo è invasa di riferimenti e di fotografie a una sorte di laica trinità. Uno, Mario “Son sodo” cammina ancora con la sua radio per le strade della città. E ancora - come ricordano soprattutto le donne - non disdegna qualche accenno boccaccesco indirizzato alle bellezze femminili. Degli altri due si sono perse le tracce, ma certo non i ricordi. E allora Donatella è categorica: «Sei lucchese se almeno una volta hai incontrato la Frusa». Mentre Shady ricorda il suo carattere non proprio socievole: «Sei lucchese se almeno una volta ti ha mandato a quel paese». Il terzo personaggio è tutto descritto in una frase, ripetuta come un mantra, nelle vie del centro: «Ce l’hai un soldino?». Se questi sono gli attori protagonisti, non mancano i comprimari. Come il “Generale” Vincenzo che - ricorda Patrizia - era «sempre con la boccia del vino in mano che urlava... preparati la bara». O il celebre Quartuccio, con il suo calesse trainato da Charlot. C’è poi la signora che vedete ritratta nella foto grande: si tratta di Fortunata Diomira Crociati, detta Tuna. Che ha avuto per anni, insieme al marito Gigi, un banco di fiori in via Beccheria e uno durante la fiera di Santa Zita (le foto ci sono state fornite dalla nipote Cinzia Ricci). E poi quelli dei quali non si ricordano più i nomi: come l’artigiano che fino a non troppi anni or sono impagliava le sedie sotto il loggiato in via Elisa, menzionato dal musicista Giulio D’Agnello. E chi ha passato infanzia e adolescenza a Sant’Anna, molto probabilmente - ricorda Massimo Ciucci - ha «fatto il chierichetto con Don Motroni». Ritornando in città, invece, in più d’uno segnala “Troncausci” - e qui è meglio fermarsi.
Luoghi e tradizioni. Anche perché c’è da stare dietro non solo alle persone, ma ai luoghi che queste frequentavano. E partendo dal centro che più centro non si può, grande è il numero dei partecipanti che ricorda la biadina bevuta nella bottega di Tista in piazza San Michele. Un po’ più là Maria Paola sostiene che uno può fregiarsi del titolo di lucchese se «andava a mangiare le “polacche” e le cialde con panna alla pasticceria Pera».
E se in tanti ricordano il gusto di fare la spesa da Marzetto c’è chi, come Paola, fa un link diretto con un tema di attualità: «Sei di Lucca se almeno una volta hai fatto la spesa al Carmine», con tanto di foto del mercato oggi in stato di degrado. Ci sono poi dei luoghi legati a certe tradizioni, ripetute nel corso delle settimane, dei mesi degli anni: sei lucchese - sostiene Francesco - «se la domenica mattina andavi al Nelli alla stazione a comprare il giornale e dopo andavi sulle mura a vedere la partita al campo Balilla». E certe tradizioni, invece, disegnavano una sorta di scontro modello “Coppi contro Bartali”: la domenica, infatti, c’era chi andava a ballare (rigorosamente in motorino) alla Casina Rossa e chi, invece, preferiva il Green Sheep. E poi c’erano quelli che non sapevano (o non volevano) decidere e facevano un salto in un posto e un salto nell’altro, mettendoci insieme poi anche una capatina al Pianeta Rosso. Il lucchese, si sa, tende a svirgolare verso il tradizionalismo. E forse anche per questo - sostiene Luca - sei lucchese se «ti ostini a chiamare Upim il negozio in via Roma che ormai da anni è passato di proprietà ad una altro noto marchio Italiano».
Nostalgia e orgoglio. Certo, in tutto questo c’è tanta, molta nostalgia. C’è il ritratto di una Lucca che in gran parte è sparita. Ma che ancora sembra vivere sovrapposta a quella attuale, come in quei quadri dove basta cambiare l’angolazione per far apparire un nuovo livello sovrapposto allo sfondo. E sorprende fino a un certo punto che ad alimentare la pagina siano in buona parte persone che hanno fra i trenta e i quarant’anni (anche se non manca chi ha qualche capello grigio e rende noti ricordi che i più hanno al massimo sentito nei racconti): proprio la generazione nata fra i Settanta e gli Ottanta (oltre a usare quotidianamente Facebook) è forse l’ultima a ricordarsi Lucca com’era prima: prima dell’invasione turistica, prima delle catene delle griffe, prima dello “svuotamento” del centro.
C’è nostalgia, in tutto questo. Ma a temperarla e a riportarci al presente c’è un altro sentimento. Quello dell’orgoglio. Orgoglio di appartenere a una città che negli ultimi vent’anni ha cambiato volto ma sotto la superficie mantiene un intreccio comune di esperienze e storie. Senza per questo escludere chi è fuori: molti post raccontano il gusto che si prova nel far conoscere la città a chi viene da fuori, ad accogliere il “forestiero”, a farlo sentire a casa propria. Perché cortine e baluardi, in fondo, non sono un ottuso confine nel cervello dei lucchesi. Piuttosto, come scrive Matteo Bini, «il giro di Mura è un’unità di misura».
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