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E anche il Maestro Puccini diceva “pogo” e “ciottoro”
Nelle lettere del compositore emerge forte l’attaccamento alla città natale Spesso utilizza i modi di dire del vernacolo, non disdegnando i più sboccati
LUCCA. Se Puccini fosse vivo, sarebbe sicuramente uno tra i più vivaci animatori del gruppo “Sei lucchese se...” che sta spopolando su Facebook. Pur non avendo più vissuto stabilmente a Lucca dall'età di 22 anni, il compositore restò infatti sempre affezionato alla sua città e si sentì lucchese per tutta la vita. Così non abbandonò mai la parlata locale, usando spesso vocaboli e modi di dire del vernacolo, anche i più sboccati.
Lo testimoniano, in particolare, le lettere alla sorella Ramelde e al di lei marito Raffaello Franceschini, ai quali era profondamente legato. Divertentissime e a volte bizzarre – una ha tutte le parole rovesciate -, ne ha scritto anche Aldo Berti nel volumetto “Puccini a Capannori”, pubblicato nel 2008 dal Comune di Capannori.
Bambore e bamborine. Intanto Giacomo non mancava mai, nelle lettere indirizzate a Ramelde e Raffaello, di mandare un bacio alle loro figlie Alba, Nina e Nelda che chiamava “bambore” o “bamborine”. A tutta la famiglia – informa poi Berti - si rivolgeva quasi sempre in modo scherzoso, spesso anche in rima, con tanti modi di dire lucchesi, parole e frasi in libertà e talvolta al limite della decenza, giochi di parole e lunghe esposizioni prive di senso, da cui emerge l'intento di divertirsi e di far divertire chi leggeva. Sei sdrenito. In una lettera alla sorella – che era piuttosto rotondetta – Puccini la appella come “cascione” (cassone), mentre al cognato – più magro della moglie – si rivolge con “piccolino sdrenitetto”. In un'altra missiva descrive Ramelde con il “viso da carlaccio”, alludendo alla storia, tutta lucchese, della statua detta Carlaccio, dedicata a Carlo III di Spagna. Il monumento fin dalla nascita non ebbe vita facile perché non era venuto bene, con la testa del Borbone fuori scala. Collocato in piazza Napoleone nel 1814, fu spostato nel 1843 sul baluardo S. Paolino per essere di nuovo tolto nel 1934 e mai più sistemato in una piazza, rimanendo da allora nel giardino del museo di Villa Guinigi.
Ciottoro e pogo. Una delle lettere più vernacolari è datata 7 gennaio 1899 ed è rivolta a Raffaello. In essa Puccini non solo usa termini tipici, ma scrive molte parole come si pronunciano in lucchese. «Le due di notte. Lavoro, ma n'ho poga voglia. Ramelde è ciottoro? Passerà, te lo di'o io... Domani è domeni'a. Al tocco vien Carignani a prendermi. Si va un pogo in giro, ma questa Milano mi fa vomitare, non la posso soffrire, ma ci sto pogo perché a marzo porto via le palle.... Tutti dormono e io sono lillare e gaio. C'è un caldino qui. Sono in maniche di camicia. Domani incigno un vestito».
Le parole rovesciate. Né in questa né in altre missive, che compose a distanza di pochi giorni le une dalle altre, Puccini ha qualcosa di importante da comunicare. Sono scritte – spiega Berti – forse per il bisogno di sentire la vicinanza dei familiari, come si fa oggi usando il telefono, anche se non si ha niente di preciso da dire. Nella lettera con le parole rovesciate, indirizzata a Ramelde, il maestro ha urgenza, invece, di sapere.
È il 20 giugno 1895, ha bisogno di una villa in affitto dove ritirarsi per concludere la stesura di Bohème. Dopo aver tempestato di scritti il cognato Raffaello perché si sbrighi a trovargliene una, possibilmente vicina alla loro abitazione a Pescia, si rivolge alla sorella. L'ansia per la ricerca, tuttavia, non gli impedisce di scherzare e di inventarsi le parole rovesciate, incomprensibili a una prima lettura, ma poi chiarissime nel verso giusto.
Saluto in stile Puccini. Anche qui Puccini non smentisce la sua lucchesità. Dopo aver detto che aspetta notizie riguardo alla casa, si congeda così: “bacia caizzoro e le tre cendoruge”, dove “caizzoro”, che letteralmente significa un piccolo grumo di sterco, vuol dire minuto, mingherlino ed è riferito a Raffaello, mentre “cendoruge” sono le nipoti e richiamano il personaggio della favola di Cenerentola detto, in vernacolo, Cendorugia.
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