Il Tirreno

Lucca

Monsagrati, culla (sconosciuta) di Tosca

di Paola Taddeucci
Monsagrati, culla (sconosciuta) di Tosca

Per due mesi il Maestro lavorò lì, nella villa che i Mansi gli avevano messo a disposizione, al secondo atto dell’opera

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LUCCA. Là, sulle colline vicino a Lucca, Giacomo Puccini concluse il primo atto di Tosca e iniziò a lavorare al secondo. Era l'estate del 1898 e il maestro – reduce dal successo parigino di Bohéme – voleva un posto tranquillo dopo i giorni nella capitale francese, troppo frenetici anche per lui che pure non disdegnava la vita mondana. Quel posto era a Monsagrati, in Val Freddana, nella tenuta che il marchese Raffaello Mansi, suo amico, gli mise a disposizione.

Una splendida e lussuosa dimora, con una grande tenuta intorno, risalente alla metà del 1500, rimaneggiata e ampliata nei secoli successivi fino al 1700 inoltrato. Puccini vi soggiornò per circa due mesi e mezzo, dal 20 luglio alla fine di settembre. I Mansi – nobile e illustre famiglia lucchese di antichissime origini – ne erano entrati in possesso nel 1792 per il matrimonio di Raffaele, avo di Raffaello, con Camilla Parenzi, l'ultima discendente della casata nobiliare lucchese che, insieme alla tenuta, aveva altri possedimenti, tra cui il palazzo di via Santa Giustina, nel centro storico di Lucca, fino a qualche anno fa sede della polizia municipale. Ancora di proprietà dei Mansi, oggi la villa è una residenza di charme, i cui appartamenti destinati ai turisti, non a caso, si chiamano Tosca, Butterfly e Turandot.

È uno dei luoghi pucciniani meno noti. Confuso, anch'esso, nell'oblio che per decenni ha avvolto tante altre località della Lucchesia care al maestro e importanti nella sua vita e per le sue opere. Una dimenticanza che a lungo ha generato anche un grave equivoco – l'idea che Puccini fosse nato a Torre del Lago e non a Lucca – poi sanato in tempi più recenti grazie a un'opera di maggiore informazione e promozione. Intanto a godere del privilegio di soggiornare nello stesso luogo dove furono concepite e composte le prime note di Tosca sono certamente gli ospiti odierni della tenuta di Monsagrati. Dove i visitatori raramente potranno trovare il clima pessimo in cui Puccini, invece, incappò quell'estate del 1898: un caldo insopportabile, che lo costrinse a lavorare soltanto di notte, dalle 10 della sera fino alle 4 del mattino. Nonostante la calura, però, per lui furono due mesi e mezzo di grande concentrazione.

Il maestro - secondo l'ampia biografia “Giacomo Puccini. La vita e l'arte” di Dieter Schickling, uno dei massimi studiosi pucciniani - arrivò a Monsagrati da Torre del Lago, distante solo 15 chilometri e dove abitava ancora in affitto nella villa del conte Grottanelli. Portò con sé la famiglia: Elvira, la coraggiosa donna che per seguirlo, 12 anni prima, aveva lasciato il marito e un figlio, prendendo solo Fosca, l'altra figlia; il figlio dodicenne Antonio, detto Tonio, nato dalla loro relazione e Fosca. Circondato dagli affetti, il compositore riuscì a dedicarsi a Tosca. Divertente la genesi del coro che precede il grande Te Deum della fine del primo atto. “Puccini – scrive Schickling - chiede all'amico don Pietro Panichelli, sacerdote romano, dei versi liturgici che si adattino al mormorio del coro. Ma le proposte del prete non lo accontentano. Manda quindi l'amico lucchese Guido Vandini da tutti i sacerdoti possibili per trovare qualcosa di adatto e nel caso non lo possano aiutare, è pronto a farsi protestante e a scrivere una marcia funebre per la religione. Alla fine rimedia da solo: utilizza la formula introduttiva della benedizione sacerdotale che, pur non essendo consona alla situazione, risponde al suono che ha in mente, cosa per lui più importante della correttezza liturgica. «Con la fretta che ha – annota Schickling – per una volta mette da parte la cura maniacale per i particolari».

Il grande lavoro, tuttavia, non distolse il maestro dalla sua quarta passione, dopo la caccia, le donne e i veicoli: le case. In quel periodo era in trattativa con un nobile – il conte Minutoli – per l'acquisto di un terreno ad Aquilata, non lontano dal Lago di Massaciuccoli, dove avrebbe voluto costruirsi una villa e lasciare l'abitazione in affitto a Torre del Lago. A intermediare fu proprio il marchese Mansi, ma l'affare svanì. Puccini, poi, riuscirà a comprare l'anno successivo una casa nell'amata località versiliese: quella del guardiacaccia Barsuglia, l'antica casa torre sul belvedere dove aveva abitato in affitto anni prima. E' la casa museo di Torre del Lago, dove il maestro è sepolto insieme con i suoi familiari. Quando era ancora a Monsagrati, Puccini si recò anche a Chiatri, paesino appartato che domina il lago e il mare, dove a dicembre acquistò un terreno per costruirci una dimora per l'estate: l'ex villa Samminiati, oggi di proprietà privata, che lo farà sempre dannare perché troppo costosa e per le difficoltà nel raggiungerla.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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