Il Tirreno

Lucca

«Cosa vogliono? Una vita normale»

di Nadia Davini
«Cosa vogliono? Una vita normale»

Le educatrici che operano nei campi di rom e sinti spiegano quanto sia difficile lavorare per la pur necessaria integrazione

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LUCCA. Un ponte. A volte solido e indistruttibile. Altre precario e incerto, bisognoso di attenzioni e interventi continui. In generale un punto di congiunzione, un luogo di incontro, confronto e scambio. È questo il ruolo che svolgono Giulia e Alessandra, educatrici della coop. “La Cerchia” nei campi di via della Scogliera e via delle Tagliate. Lavorano soprattutto con i ragazzi, di età compresa tra i sei e i sedici anni, e, di conseguenza, intervengono nella scuola, nelle famiglie, nell'approccio educativo e culturale. Portano avanti il progetto di scolarizzazione, costruito negli anni dalla Caritas diocesana e dal comune di Lucca. Isieme a Matteo e a Francesca (gli altri due che compongono l'equipe), fanno qualcosa in più: col tempo hanno gettato un seme, hanno imparato a coltivarlo sotto tutti i punti di vista e a farlo bene.

Un po' come un investimento sul futuro: quei ragazzi e quelle ragazze che abitano dietro il Cimitero o davanti al fiume rappresentano il domani e la possibilità concreta, tangibile, che si possa verificare un ricambio generazionale e un'inversione di rotta. Ecco perché quando raccontano il loro lavoro, lo fanno con una carica contagiosa. «Non sono i risultati numerici che contano – spiegano – ma i cambiamenti che si vedono dentro le famiglie, nel modo di parlare e di guardare al mondo circostante. La scolarizzazione è questa. Funziona bene lavorare con i bambini attraverso attività pratiche con cui agganciare anche l'aspetto scolastico. Studiare scienze andando all'Orto botanico, piuttosto che affrontare la matematica e le unità di misura cucinando. Oppure sperimentarsi con chi vive fuori dal campo: suscitiamo la loro curiosità quando ci raccontiamo, il confronto è importante». Certo tutto cambia da famiglia a famiglia, da bambino a bambino e anche da campo a campo. Quello in via delle Tagliate è in condizioni pessime, quando piove si allaga. Ci sono i topi, alcune roulotte cadono a pezzi. «Vivere in un campo – continua Alessandra – non è normale per niente. I ragazzi chiedono una vita normale, hanno un estremo bisogno di essere trattati come tutti. Ecco perché anche noi educatori puntiamo a relazionarli con l'esterno: è un processo educativo e culturale che investe anche le famiglie. Rappresentiamo un punto di riferimento e un ponte: con la scuola e con i genitori».

Tra i romeni e i sinti le differenze sono notevoli: i primi sono più aperti, tendono a fidarsi maggiormente e riescono ad integrarsi meglio, nonostante che abbiano delle difficoltà linguistiche. I sinti, invece, hanno una cultura più chiusa, anche per difesa, rimarcano con frequenza il distacco “noi sinti – loro gagé (i non nomadi)” e fanno fatica ad uscire dal proprio ambiente. «La scuola non è sempre vista di buon occhio – dice Giulia –. Noi puntiamo al raggiungimento dell'obbligo scolastico: possiamo dire che i ragazzi romeni arrivano alla terza media nell'85 per cento dei casi. Per i sinti è un po' più difficile: tutto o quasi, comunque, dipende dalle famiglie. Ci sono genitori che hanno sì e no la terza elementare e non sentono l’importanza dell'istruzione. I romeni, invece, provengono da un contesto, quello della Romania, in cui la scuola è istituzione riconosciuta e obbligatoria». Il successo scolastico, poi, dipende anche dai professori e certo non aiuta il ricambio.«L'insegnante è fondamentale – concludono le educatrici – ora nelle scuole esistono i Bes che sono dei programmi specifici per quegli studenti provenienti da situazioni di disagio o di emarginazione». La fiducia è tutto: sentendole parlare capisci quanta vita ci sia nelle loro immagini e nelle loro attenzioni.

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