Sicurezza
Integrazione, obiettivo lontano da raggiungere
Scolarizzazione considerata inutile da chi si sente escluso
LUCCA. È un circolo vizioso. Da una parte il rifiuto della scuola "perché tanto non ci sono prospettive" allontana sempre più la possibilità di inclusione. Dall'altra, la scarsa inclusione e il diffuso pregiudizio, alimentano una chiusura e un atteggiamento ostile. E lo scenario finale è di quelli ben poco incoraggianti e, a dire il vero, anche un po' tristi: una generale sfiducia che rende sempre precario e da costruire giorno dopo giorno il percorso di conoscenza, accoglienza e inclusione. Ecco che allora le tematiche sociali, educative, di avviamento al lavoro, quando si parla di campi nomadi, diventano quelle principali. Quelle che davvero fanno la differenza, prima ancora della questione abitativa.
È quanto emerge dalle parole di Donatella Turri, la direttrice della Caritas diocesana, impegnata da anni a sviluppare diversi progetti con i rom e i sinti della città. L'organizzazione lavora con le popolazioni rom, sinte e camminanti da più di quindici anni: la prima parrocchia che si fece carico della situazione dei campi fu quella di Sant'Anna, che dette vita anche alla cooperativa "La Balestra". Un nome non casuale: la cooperativa, infatti, lavorava e, per alcuni aspetti, lavora tutt'ora, soprattutto con i sinti residenti in via della Scogliera, tra cui il cognome più diffuso è proprio 'Balestra'. Si attivò subito anche la chiesa di San Marco: i due centri si raccordano con una certa frequenza per quanto riguarda l'erogazione dei beni di prima necessità e i servizi primari che, anche in questo periodo, sono molto richiesti. Alla fine degli anni Novanta, poi, viene firmato il protocollo d'intesa tra amministrazione comunale e Caritas diocesana per dare attuazione, attraverso la cooperativa "La Cerchia", al progetto più importante, cioè quello di scolarizzazione.
«È uno degli aspetti fondamentali - spiega Turri - attraverso cui cerchiamo di curare il benessere del bambino a scuola e rispetto alla scuola. È un progetto che viene rimodellato periodicamente in base alle diverse necessità, ai mutamenti e anche all'esperienza diretta. Il nostro obiettivo è quello di metterci dalla parte del bambino e garantire un accesso all'istruzione e una vita dignitosa a tutti». Sono una cinquantina i bambini coinvolti, dai sei ai sedici anni. Quasi tutti frequentano la scuola, anche se molti lo fanno in modo saltuario, maturando un buon numero di assenze. «Motivo per cui – continua Turri – si può dire che il progetto funzioni in parte. Gli educatori impegnati al campo per seguire i ragazzi sono quattro per 60 ore settimanali: troppo poche. Lavorando a stretto contatto con le famiglie, poi, ci siamo resi conto che rischiavamo di essere schizofrenici nel nostro operato: che senso ha concentrarsi sui bambini se non sono supportati dal contesto?». La scuola per molti genitori rappresenta un problema o perché loro stessi non sono scolarizzati o perché la ritengono inutile. Fino a meno di un anno fa, tra l'altro, dal campo di via delle Tagliate non passava neppure lo scuolabus. «Dicevano che c'erano problemi tecnici. Ora invece è stato introdotto. Mantenendo ferme le differenze che ci sono tra le famiglie – racconta la direttrice della Caritas – molti rom si sentono come se tutto il mondo ce l'avesse con loro, non vedono sbocchi e in generale si percepiscono come una minoranza a malapena tollerata. Agire sui campi e sulle persone significa avere un approccio complessivo rispetto al semplice abitare la città. Abbiamo cominciato ad agire non per mera assistenza: fino ad oggi tanti progetti sono stati fatti a loro, ma quasi mai con loro. In quest'ottica si muove anche il percorso formativo, "Donne al lavoro", che coinvolge sei donne del campo. Altri aspetti sono l'integrazione del minore, il lavoro e la sanità e l'igiene, a partire dal campo». Quello in via delle Tagliate è in condizioni pessime e, per dirlo con Turri, «l'Usl non ci farebbe stare neppure i maiali». Amara considerazione di una generale avversità che spesso sfocia in condanna sociale.
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