Il dolore
Quel Natale ’44 sulla linea Gotica
Il ricordo di Bruno Breschi, classe 1923 all’epoca soldato della Monterosa
LUCCA. «Dalle nostre buche, vedevamo il nemico a 50 metri. Poi gli spari a valle, senza sapere cosa accadeva». Bruno Breschi, classe 1923, era caporal maggiore nella Compagnia Comando della Divisione Monterosa con sede a Turrite in Garfagnana lungo la Linea Gotica, quell’inverno del 1944. Lì era giunto dalla Liguria, poi Aulla, Piazza al Serchio infine a piedi fino a Castelnuovo. Una permanenza che si protrasse da ottobre a primavera del ’45. Gli avvenimenti riguardano l’offensiva di Natale contro la divisione americana Buffalo.
Oggi Bruno, che vive a Lucca, ricorda i giorni tra Natale e Capodanno, quando fu faccia a faccia col nemico («le buche che avevamo scavato, a quota 824, distavano non più di 50 metri e mi era stato ordinato di sistemarmi in prima fila: come tiratore scelto, ero il più adatto a rispondere al fuoco»).
«Spari di fucile e scariche dimitragliatrici ruppero il silenzio nella Valle, quella notte di Natale. Ero di guardia nella mia buca col chiaro di luna, vedevo le ombre dei soldati americani a poche decine di metri, loro sorpresi da quel fragore. Che succedeva? Nessuno di noi del plotone lo sapeva, né l’immaginava. Sapemmo in seguito che, a sparare, erano le truppe tedesche più a valle – ricorda Bruno - per operare una sortita. Durò a lungo, poi tornò il silenzio»
«La vigilia di Natale era iniziata in modo tranquillo. Venne un sacerdote a celebrare la Santa Messa su un piccolo altare improvvisato. Anch’io partecipai, con i compagni di squadra, alla funzione religiosa. Nessuno mancava, perché forse in certi attimi ci si sente davvero più vicini a Dio. Oggi, quando vedo in televisione il rito della cerimonia per i soldati impegnati in situazioni pericolose, capisco e sento la solennità del momento».
«Gli spari ripresero massicci il giorno di Natale e a tarda sera giunse l’ordine d’abbandonare gli zaini e, con armi e munizioni, mettersi in marcia. In fila e in silenzio, lasciammo la postazione e scendemmo a valle. C’insospettì, muovendoci verso il nemico, l’ordine d’assumere la marcia di sicurezza. Ci chiedevamo perplessi: ci sarà da combattere?» .
«Aumentava la sorpresa – spiega –perché avanzavamo senza incontrare opposizione. Ancor più quando trovammo le buche vuote, abbandonate da chi le occupava, lasciando tutto il materiale. Ne approfittammo facendo incetta di ogni ben di Dio, come scatolette, sigarette, giberne con proiettili. Nelle confezioni delle razioni giornaliere trovammo stuzzicadenti, carta igienica, saponi profumati e profilattici. A notte inoltrata - continua - la marcia s’arrestò. Ci fu assegnato un punto d’osservazione che dominava la valle. Ci mettemmo in postazione, attendendo ordini invano. Trascorse la giornata. Giungevano le eco degli spari. Faceva freddo, il cielo era sereno e una luna piena inondava di luce la neve della Panìa della Croce».
«Ma tutto tacque quella notte e le successive. Dov’era finita la guerra? Si arrivò all’ultimo dell’anno. Dal comando di compagnia – prosegue la storia di Bruno – giunsero gli auguri e un fiasco da due litri di grappa. Alternammo le guardie al riposo e ci rifocillammo con castagne secche e grappa, mentre ingannavamo il tempo parlando delle famiglie e delle ragazze. All’alba ricevemmo disposizione di tornare verso Vergemoli. Fu l’ultimo slancio dell’offensiva. Comparvero gli aerei che mitragliarono qualsiasi cosa si muovesse. Venne l’ordine di ritirarsi: approfittammo della notte per uscire dai ripari e riprendere la marcia verso le postazioni lasciate». Ebbe inizio “l’ offensiva di Natale”. «Non sparai un colpo - conclude Bruno - di fucile, ma rischiai di essere colpito dall’unico proiettile partito dall’arma di uno di noi. Il destino – pensa ora Bruno –mi aveva voluto bene ancora».
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