Attenzione
Ditta fallita, tre patteggiamenti
Davanti al giudice finisce la tormentata storia della Giesse
PORCARI. Tre patteggiamenti davanti al gup Pezzuti per il fallimento avvenuto nel 2011 - dopo 5 anni di attività - della ditta Giesse produttrice di macchinari per cartiere e industrie e specializzata in revisioni, installazioni e manutenzioni che aveva avuto sino a sessanta dipendenti.
Quero, 56 anni, originario di Massafra in provincia di Taranto e domiciliato a Tirrenia ha patteggiato 2 anni e 10 mesi; Bruno Ghiloni, 65 anni, nato a Coreglia Antelminelli e residente a Marina di Pietrasanta ha concoradato una pena a 3 anni e 4 mesi. Entrambi sono agli arresti domiciliari.
Infine, l'amministratore unico della ditta Giovanni Lucchesi, 48 anni, residente ad Altopascio, che era stato denunciato e non arrestato, ha patteggiato un anno e mezzo.
Secondo le indagini della guardia di finanza, nel corso del tempo i lavoratori erano nstati abbandonati a se stessi con i vertici aziendali che non si erano mai presentati ad incontri con le organizzazioni sindcali senza dare alcuna garanzia (vale a dire gli ammortizzatori sociali) agli operai e le maestranze.
La curatela aveva subito riscontrato palesi anomalie nel fallimento Giesse ritenendolo un crac pilotato.
Le carte quindi erano passate alla procura con il sostituto Piero Alessandro Capizzoto che aveva delegato l'indagine al maresciallo Nicola Borgia della sezione di polizia giudiziaria della Guardia di Finanza in servizio in procura.
Stando all'accusa era emerso un quadro probatorio a tinte fosche: false fatture per acquisti inesistenti per complessivi 648mila euro, distrazione di somme, attraverso fatture gonfiate, per 747mila euro e 99mila euro girati in nero ad un'azienda in assenza di qualsiasi documento contabile. Circostanze inequivocabili per la procura a generare il reato di bancarotta fraudolenta.
L'inchiesta, a cui ha partecipato anche la tributaria con il tenente colonnello Pierfrancesco Bertini, ha ricostruito nei minimi dettagli l'iter del sodalizio criminoso nel far uscire il denaro dalle casse sociali procurandosi un ingiusto profitto e creando un danno ai creditori.
I tre indagati comparsi davanti al giudice per le udienze preliminari erano inoltre accusati di ricorso abusivo al credito per diverse decine di migliaia di euro avendo ottenuto, grazie a fatture gonfiate, anticipi bancari non dovuti.
Tra i creditori principali c'è lo Stato. Perché nei 5 anni di vita della società secondo la finanza e la magistratura era stata stata evasa l'Iva, ma anche altre imposte.
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