Il dolore
La crisi picchia su bar e abbigliamento
L’allarme di Confesercenti: pubblici esercizi penalizzati dal boom di aperture, i negozi di abiti e scarpe dal calo dei consumi
LUCCA. La crisi del commercio non si attenua. Nei primi dieci mesi dell’anno i settori più in sofferenza sono abbigliamento e pubblici esercizi: sul primo l’accento è maggiore a livello provinciale, sul secondo a livello locale.
In provincia, le imprese del commercio al dettaglio che hanno cessato da gennaio a ottobre sono 268 (a fronte di 148 che hanno aperto: saldo negativo totale di 120). Non va meglio a Lucca città: le chiusure sono state 54 e le aperture 25.
Dati che si possono chiaramente evincere dalla tabella a fianco, frutto dei dati provenienti dall’Osservatorio Confesercenti, e che inducono a una serie di riflessioni.
Bar e pubblici esercizi. La crisi dei pubblici esercizi, spiega il responsabile provinciale di Confesercenti Emanuele Pasquini, «era annunciata dai casi di fallimenti, cessazioni, avvicendamenti nelle gestioni. La liberalizzazione ha fatto sì che in questo settore il turn-over aumentasse in modo massiccio». Per i bar, un saldo negativo di 37 a livello provinciale, di sette sul territorio comunale di Lucca. Mentre per i ristoranti -19 è il saldo provinciale, meno due quello locale. «Soprattutto i bar negli anni scorsi erano considerate attività facili da aprire anche da persone che si avvicinavano per la prima volta al commercio - continua Pasquini -. Questo ha portato a un proliferare di pubblici esercizi che alla fine non hanno resistito al mercato. Se a questo si aggiunge una tassazione quasi punitiva (basta citare rifiuti e suolo pubblico), ecco spiegato il saldo negativo anche in questa tipologia commerciale».
Stangata sull’abbigliamento. Meno quaranta negozi a livello provinciale, meno sei solo a Lucca. I primi dieci mesi di quest’anno hanno accentuato la crisi dei negozi privati di abbigliamento e calzature. Colpa della crisi, del calo dei consumi. Ma la gran parte del crollo Pasquini la vede nella concorrenza di grandi magazzini e outlet, questi ultimi particolarmente proliferati negli ultimi anni. E poi, sottolinea il responsabile provinciale di Confesercenti, ci si è messo il clima. «Basti pensare - sottolinea - che il protrarsi del caldo ha segnato un calo del 3,5% rispetto al 2012 nelle vendite delle pelliccerie, del 6% delle calzature in cuoio». Il fatto è anche un altro, continua Pasquini: «il carico fiscale che un negozio privato o un pubblico esercizio devono sostenere. A partire dalla Tares, dal suolo pubblico. Quanti balzelli un esercizio deve sostenere?».
Auspici e interventi a sostegno. Il responsabile provinciale di Confesercenti non vuole vedere solo nero in questo scenario disegnato dai numeri relativi a chiusure e aperture. Un dato positivo, spiega, «è rappresentato dal rinnovamento generazionale: risulta che il 40% delle nuove imprese di turismo è giovanile. È la dimostrazione che i giovani non si arrendono davanti alla disoccupazione che dilaga. Ma bisogna aiutarli a rimanere sul mercato». A suo avviso, ci sono sì interventi a sostegno delle piccole imprese che debbono essere decisi a livello nazionale (ad esempio «investire nel cuneo fiscale»), ma ce ne sono anche la cui decisione parte dal livello locale. «C’è bisogno -afferma infatti Pasquini - di un mix di interventi locali e nazionali sulla fiscalità, sul reddito delle imprese e delle famiglie. Un intervento del genere sicuramente ha un ritorno immediato sul mercato interno». Quanto invece ai giovani che decidono di diventare imprenditori nel settore del commercio, il responsabile provinciale di Confesercenti ritiene che nei loro confronti dovrebbe essere previsto un accesso al credito facilitato. «Dobbiamo chiedere alle banche - conclude Pasquini - di dare fiducia al settore del commercio, con un accesso al credito diventato impossibile per i piccoli imprenditori».
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