Il Tirreno

Lucca

Povertà, in 1.500 si rivolgono alla Caritas

di Nadia Davini
Povertà, in 1.500 si rivolgono alla Caritas

Le storie più comuni riguardano i separati e i divorziati. E crescono gli italiani rispetto alla popolazione immigrata

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LUCCA. Sono persone separate o divorziate. E immigrati da tanti anni si trovano in Italia e che, in un batter di ciglia, hanno perso tutto quello che avevano costruito. Ma sono anche tanti lucchesei da generazioni, abbattuti dalla crisi. Sono i poveri di Lucca, raccontati dall'osservatorio della Caritas. Quelli che da un giorno all'altro si ritrovano in mezzo alla strada, senza nemmeno il paracadute di una famiglia, perché anche la famiglia di origine o non c'è più o è già in crisi da anni o non ha i mezzi per aiutare chi sta peggio, sono in mezzo a voi, a noi, siamo noi. Anche a Lucca, un tempo isola felice.

Sono ex manager, imprenditori, piccoli artigiani, impiegati, lavoratori dipendenti e a progetto, free lance, operai: tutti con un fallimento lavorativo e di vita (spesso anche famigliare) alle spalle.

Dalle stelle alle stalle, come si autodefiniscono questi nuovi poveri, queste persone acculturate, appassionate di musica e di lettura, di cinema e di viaggi, l'ex classe media che, in seguito al divorzio, alla cassa integrazione, a una malattia inaspettata, si è ritrovata da sola, senza soldi. Ex professionisti, ex capi d'azienda, ex artigiani, ex lavoratori che nel giro di poco si sono trovati sprofondati nella miseria. E poi c'è chi un lavoro continuativo non l'ha ancora mai avuto, non conosce l'esistenza di un contratto regolare e alterna lavori semestrali alla rassegnazione.

Una mappatura della povertà ed un dossier sulle risorse per contrastarla: così la Caritas Diocesana di Lucca prova a rendere conto di un fenomeno permanente, che segna lo stato di recessione in cui ci troviamo. E lo fa con un rapporto che nel dare atto di una situazione molto preoccupante, cerca di lanciare un messaggio di speranza, a partire dal titolo. “Forti nella speranza. Storie e dati di resistenza alla povertà”. «Vogliamo lanciare un'esortazione potente a non arrendersi - spiega l'arcivescovo Italo Castellani – Contenuti qua dentro ci sono i miei report viventi, che testimoniano una situazione di degrado incalzante. Ho dovuto raddoppiare i miei incontri, tanta è la richiesta».

Aumenta la rassegnazione, crescono gli inoccupati e tutte quelle persone che non cercano nemmeno più il lavoro. In fila allo sportello aspettando di essere ricevuti. In fila alla mensa aspettando di mangiare. Per queste caratteristiche, stando ai luoghi comuni, agli sportelli dei centri di ascolto della Caritas penseresti di trovare immigrati, stranieri, magari rifugiati politici, magari alcuni di quelli che si vedono in televisione. Diversi da noi, lontani da noi. E invece se fai la fila ti accorgi che ci sono più italiani di quanto ti aspetti. Parlano lucchese e conoscono a memoria strade, aneddoti e vicende politiche della città. Millecinquecento richieste. Millecinquecento persone che si sono rivolte ai centri di ascolto. Italiani e stranieri, indistintamente: la crisi è trasversale, la povertà anche.

Le categorie maggiormente in pericolo sono quelle dei separati e dei divorziati. Rintracciarli, però, non sempre è facilissimo. Ecco perché la rete sociale messa in piedi dalla Caritas è fondamentale e risponde a bisogni concreti. La sensazione, supportata dai dati, è che negli ultimi anni gli italiani stiano aumentando e che sempre più genitori divorziati arrivino a perdere la casa nonostante abbiano un lavoro. E non è così difficile, perché gli affitti sono alti e dopo aver rinunciato al cibo, lo step successivo diventa la casa. E così si inizia un percorso da invisibili.

«Tornano da noi – racconta Donatella Turri, direttrice dell'ufficio Pastorale della Caritas di Lucca - anche immigrati che avevamo già aiutato e che abitano in Italia da 15 anni. Noi della Caritas dovremmo essere la punta dell'iceberg, l'ultima porta a cui bussare. Manca invece il filtro delle istituzioni, serve il coraggio di ripensare le nostre politiche sociali. Non è possibile che la maggior parte di coloro che ci domandano assistenza non abbia mai usufruito dei servizi sociali comunali e provinciali». La fotografia descritta da Elisa Matutini, sociologa e curatrice del dossier, ci consegna una realtà italiana molto triste: i bisogni cambiano e il Welfare state latita o risulta obsoleto, incatenato a un sociale vecchio stile. Più che raddoppiate le richieste di assistenza rispetto al periodo ante-crisi (2007-08), il 40 per cento della domanda complessiva è rappresentato dagli italiani e più del 25% sono quelli che hanno vissuto una separazione. Storie di esistenze precarie. Di padri e madri disperati e soli che dopo aver perso la casa si ritrovano a dormire dai genitori, anziani, a volte anche in soffitta per non disturbare e per mantenere un filo di quella autonomia che sembra perduta. Storie di senzatetto, senza casa, senza cibo, senza lavoro. Storie che per molti non esistono, ma che sono affollate di umanità.

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