La manifestazione
Melecchi, la seconda casa dei corridori danesi
Da Marcussen a Fjord le storie dei ciclisti che ancora oggi vengono a Lucca
LUCCA. Per una dozzina d’anni Lucca è stata la capitale del ciclismo danese e il ristorante-albergo Melecchi il quartier generale di chi dal paese scandinavo arrivava in Italia per diventare un corridore professionista. Dopo Ole Ritter, grande pistard e re delle cronometro negli anni Sessanta, che scelse la vicina Germania come punto di partenza per iniziare la carriera, gli altri danesi hanno iniziato da Lucca e da Melecchi. Da Jorgen Marcussen a Soren Lilholt, da Rolf Sorensen ad Alf Segersall, Jorgen Vagn Pedersen a Michael Steen Petersen, da Jasper Worre a Jens Veggerby. Tutti nazionali e tutti corridori che hanno ottenuto successi e medaglie nelle corse in linea e nelle corse a tappe.
L’ex ciclista postino. L’apripista è stato indiscutibilmente Jorgen Marcussen che ieri a 63 anni assieme al connazionale Jorgen Pedersen – grande cronometrista ed ex maglia gialla al Tour del 1986 – ha inforcato la bicicletta e da Lucca ha pedalato sino a Firenze per saggiare il percorso del mondiale. D’altronde la bici fa parte della sua vita visto che non ha mai attaccato le ruote al chiodo. Smesso di correre lavora come postino nella città natale di Hillerod e tutti i giorni percorre una cinquantina di chilometri per consegnare lettere, cartoline e raccomandate con la sua bici d’ordinanza. E’ grazie alle sue imprese – un terzo posto al mondiale di Nurburgring nel 1978, una tappa al giro d’Italia nel 1980 e una vittoria al prestigioso trofeo Matteotti – che la città murata divenne il luogo ideale per chi dalla Danimarca voleva diventare un corridore vero.
Il ritrovo da Melecchi. «Da noi ne sono passati una trentina. – racconta Marino Melecchi, titolare dello storico ritrovo degli sportivi (era la meta dei calciatori della Lucchese negli anni Settanta) - Ne ricordo uno che si chiamava Preben. Un giorno bici in spalla bussò alla porta del ristorante. Spiccicava poche parole in italiano e mi mostrò un giornale danese dove lessi chiaramente le parole Lucca e Melecchi. Me lo feci tradurre e c’era scritto letteralmente che se un danese voleva fare carriera nel ciclismo doveva venire a Lucca e andare da Melecchi. Lo mandai da Pierluigi Poli e iniziò a correre nei dilettanti. Non fece carriera e la sua permanenza in Italia fu funestata da eventi negativi: la casa in Danimarca prese fuoco e la fidanzata lo lasciò. Ma l’accoglienza avuta nella nostra città gli è rimasta nel cuore. Qualche mese fa un signore di mezza età si è presentato in albergo. Era Preben con la sua famiglia. Oggi è preside in una scuola di Copenaghen e ricordava ogni particolare di quel periodo trascorso in città».
Da Marcussen a Sorensen. «Marcussen era un lungagnone gentile ed educatissimo - dice Melecchi - . Da noi è di casa. Viene tutti gli anni e ha festeggiato i suoi 60 anni con una rimpatriata memorabile. Un corridore che avrebbe potuto fare una carriera migliore se avesse avuto più grinta e cattiveria agonistica. L’unica volta che non ha dato retta agli altri ha conquistato il bronzo al corsa iridata del 1978. Moser e Knetemann erano andati in fuga, gli altri si guardavano senza che nessuno volesse tirare e così prese l’iniziativa e si mise ad inseguire da solo il tandem di testa arrivando terzo al traguardo».
Per lui Lucca era il luogo ideale: a pochi chilometri dal Monte Serra e dall’Abetone e vicino al sole che in Danimarca non si vede mai. «I tortelli erano e sono ancora la sua passione».
Sorensen per tre anni è stato ospite di Melecchi: «Un ragazzo straordinario, ricco di famiglia e innamorato della bicicletta. La Lucchesia l’aveva stregato e in Toscana aveva acquistato un terreno agricolo nella Valdinievole dove produceva un olio extravergine con il marchio il soprannome affibbiato da amici e compagni di squadra. Ma alcuni anni fa è stato richiamato in patria e oggi è il Cassani della Danimarca. Fa il commentatore della tv nazionale».
Come correre in salita. Tanti gli aneddoti di quel periodo magico quando Melecchi era diventato un punto di riferimento per gli appassionati del pedale. Il lunedì dopo le corse i famosi, personaggi come Barbafiera, Bernardini e Bernacchi, discutevano animatamente gli avvenimenti della giornata.
«Grazie ai danesi nel mio locale sono arrivati i campioni di quel periodo: da Saronni a Moser, da Baronchelli a Chioccioli oltre ai vari Fuchs, Zilioli, Bitossi, Poggiali, Giuliani e tanti altri corridori con Ivano Fanini che aveva costituito una squadra professionistica. – prosegue Marino Melecchi -. Io ero un grande appassionato della bicicletta e un giorno volli uscire in allenamento con Sorensen, Marcussen e Worre. Ma ai piedi dell’Abetone ero già con la lingua di fuori. Allora mi mostrarono come aiutavano i capitani in difficoltà. Due di loro si avvicinarono: uno mi prese sotto il braccio destro e l’altro sotto il sinistro. Letteralmente di peso mi trascinarono sino in cima. In discesa poi mi mandarono avanti, ma ad un tratto sentii dietro un grido e quei pazzi che scendevano giù a tutto fuoco. Mi misi da parti spaventato e convinto di trovarli tutti in un dirupo».
La cura della bici. «I danesi sono maniaci della bici. – prosegue Melecchi – Ricordo che la mattina di Pasqua del 1977 io e la mia famiglia scendemmo per andare a messa e trovammo nel garage Marcussen e compagni che a torso nudo e fischiettando canzoni italiani pulivano con grasso e olio le loro biciclette. Non sono molto amanti delle macchine anche perché in patria costano quasi come una casa e ci pagano un sacco di tasse. . Qualcuno era spaventato dal traffico che avrebbe trovato in Italia. Keld Fjord, un altro danese passato da noi, il primo giorno che arrivò inforcò la bici per fare una trentina di chilometri di allenamento. Fermatosi a cena da un amico mi chiamò dicendo che aveva visto pochissime auto e che Lucca gli ricordava la Danimarca. Non sapeva che quel giorno in tv c’era la finale dei mondiale del 1982 tra Italia e Germania. E quando tornò indietro si trovò coinvolto nel caos totale. Ne restò talmente spaventato che per due-tre giorni rimase a letto».
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