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I rimpianti di Stefano Della Santa «Ad Agrigento arrivai spompato»

di Feliciano Bechelli
I rimpianti di Stefano Della Santa «Ad Agrigento arrivai spompato»

LUCCA. Stefano Della Santa in questi giorni è al mare. No, l’ex azzurro di ciclismo – oggi quarantaseienne – non è a spassarsela sotto l’ombrellone. Fa lo skipper e lavora nel settore del charter...

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LUCCA. Stefano Della Santa in questi giorni è al mare. No, l’ex azzurro di ciclismo – oggi quarantaseienne – non è a spassarsela sotto l’ombrellone. Fa lo skipper e lavora nel settore del charter nautico. «Ma ho l’ambizione di metter su una squadra di under 23, vedremo. Tempo per pedalare? Eh, poco, mi ero portato la bici anche qui, ma non sono mai uscito. Quando ci riesco, però, i miei cinquanta chilometri me li faccio».

Della Santa, proviamo a ripercorrere le sue esperienze in azzurro. La prima volta fu esattamente vent’anni fa, a Oslo. Lei era riserva. Che ricordo ha?

«Una gran delusione. Andavo forte, più forte di altri che avrebbero corso da titolari, avrei meritato di prendere il via anch’io. La spiegazione di Martini non mi piacque molto: ero giovane, avevo ancora tanti anni davanti a me e infine c’era Chiappucci che, a differenza degli altri big, non aveva gregari suoi a parte Roscioli, in ballottaggio con me per l’ultimo posto da titolare. E così io non partii, nonostante mi fossi messo in mostra in tutti gli appuntamenti premondiali: ero andato benissimo al Campionato di Zurigo, a San Sebastian e nelle altre gare che si disputarono in quel mese di agosto».

Arrabbiato con Martini?

«Ma no, è un grande uomo e con lui ho sempre avuto un bellissimo rapporto. Diciamo che non condividevo molto il suo modus operandi su queste scelte riguardo a titolari e riserve, ma sapevamo che era così. I giornalisti infatti lo scrivevano da giorni che io sarei stato riserva. Quando poi Alfredo me lo comunicò, all’uscita della stanza trovai Beppe Conti, di Tuttosport. Lui mi chiese com’era andata e io gli risposi: “lo sai, l’hai già scritto”. E lui: “ma no, è che sappiamo come ragiona”. Martini ha vinto tanto e poi è una persona con la quale puoi parlare: e quindi, nonostante non condividessi certe scelte, chi sono io per contestarlo?»

Come visse la vigilia della gara?

«Il giorno precedente c’era un gran sole. Andai in centro a vedere la corsa delle donne e quella dei dilettanti e poi la sera tornai in camera, che dividevo con Giovannetti. Gli dissi: “con la fortuna che mi ritrovo, vedrai tempo bello che farà domani e così avrò altri rimpianti”. La mattina seguente venne a svegliarci il massaggiatore, aprii la finestra e c’era un tempo assurdo. Pioggia e nebbia, non si vedeva da qui a lì. Mi andò bene, perché avessi dovuto correre in quelle condizioni sarebbe stata davvero dura».

E lei cosa fece durante la corsa?

«La telecronaca. Con Davide De Zan, su Telemontecarlo. La corsa andò male per noi italiani, non conquistammo nessuna medaglia e forse fu una fortuna per me: con quella diretta tv, perlomeno mi feci un po’ di pubblicità. Quando tornai a Lucca in tanti mi dissero che avevano apprezzato il mio modo di commentare, anche perché eravamo agli albori dell’opinionista tecnico, all’epoca usava poco. Davide è veramente bravo e mi spiace che il network per il quale lavora, Mediaset, dopo gli anni del Giro, non abbia più creduto nel ciclismo».

Nel 1994 Martini la chiamò per Agrigento. Stavolta la fece anche correre.

«E io feci schifo. Ci fu una caduta nella quale rimasero invischiati diversi italiani, tra cui Cassani. Io mi fermai e, insieme a Podenzana e Moro, detti una mano per farlo rientrare. Ci riuscimmo e fu una fatica bestiale, perché la corsa era appena entrata nel vivo. Rientrammo ai piedi della salita e lì ci fu un altro attacco: così, insieme a Podenzana e Moro, girammo la bici e tornammo in albergo, scocciatissimi per come erano andate le cose».

Non era al massimo della condizione?

«Si torna al discorso a cui accennavo prima. In quegli anni c’erano alcuni corridori che sapevano fin da gennaio che avrebbero disputato i mondiali e quindi impostavano la loro stagione su questo appuntamento. Poi ce n’erano altri che dovevano guadagnarsi la convocazione andando a mille durante le premondiali. Io ero tra questi ultimi. Feci l’Agostoni, la Tre Valli, le altre corse di agosto: andavo bene e Alfredo mi diceva “sei stato bravo, ma devi confermare”. E io, dimostra oggi e conferma domani, arrivai al mondiale steso come un calzino. Oggi non è più così, già con il povero Ballerini si usava una diversa impostazione e i corridori potevano pianificare».

Nel 1995 trasferta in Colombia…

«Era il primo anno con il nuovo calendario e i mondiali, anziché ad agosto, si disputarono a ottobre, dopo la Vuelta, che io avevo concluso al decimo posto. Per questo motivo arrivai in Sudamerica con qualche giorno di ritardo rispetto agli altri. Non ero mai stato in quota e per me correre a 2500 metri di altezza fu un calvario. Durante gli allenamenti, vedevo gli altri che andavano su belli dritti e tranquilli e io soffrivo. Così, per non fare figuracce, andai da Martini e gli dissi: “senti, qua son tutti forti e io non mi sento benissimo. Se non hai altri che stanno male, è giusto che la riserva sia io”. Fui onesto e Alfredo apprezzò. Poi, però, durante la gara mi accorsi che gli altri non stavano tanto meglio di me. Oltre a Bugno, che si ritirò dopo appena un giro ce ne furono parecchi che abbandonarono appena l’andatura cominciò a salire. Evidentemente, avevano bluffato nei giorni precedenti».

E da riserva cosa fece? Un’altra telecronaca?

«Certo! Insieme a Davide De Zan. E fu una roba da pionieri della tv. Eravamo seduti su una tribunetta in legno senza tettoia e cominciò a piovere. Ci coprirono con un telo di plastica trasparente di quelli che si usano nei campi e poi, come se non bastasse, saltò pure il collegamento con l’Italia: cinque ore di telecronaca usando un telefono».

Un pronostico per domenica?

«Ho seguito poco le ultime corse e quindi faccio i nomi che fanno tutti: Sagan e Cancellara».

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