Il Tirreno

Lucca

Ho sempre negli occhi le imprese di Bugno

di Feliciano Bechelli
Ho sempre negli occhi le imprese di Bugno

Marco Giovannetti ricorda le sue partecipazioni a cinque gare iridate in due occasioni l’Italia ha vinto l’oro proprio grazie al campione lombardo

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LUCCA. Marco Giovannetti ci riceve alla reception del suo albergo Le Cerbaie di Altopascio. Ha cinquantuno anni, oggi, e il capello si è un po’ ingrigito, ma il fisico è asciutto come ai tempi in cui correva e vinceva in bicicletta corse come la Vuelta e il campionato italiano.

«Sono magro – ribatte – ma non in forma. Non vado più in bici, perché devo occuparmi di questa mia attività lavorativa e non ho tempo di pedalare».

Con lui iniziamo un viaggio nella memoria, a tappe come le corse che lui amava, ripercorrendo le sue volte ai Mondiali di ciclismo.

Tappa numero uno: Villach 1987. Giovannetti, c’era da difendere la maglia iridata di Argentin, ma vinse Roche.

«Quell’anno ero riserva. Giustamente: ero uno dei meno esperti e c’erano corridori più forti e più adatti di me per quel percorso. Il ct era Alfredo Martini, uno che riusciva a far andare d’accordo anche chi, per il resto della stagione, era nemico. Smussava molti angoli, poi è chiaro che le rivalità rimanevano, ma lui, con la sua pazienza e la sua calma, riusciva in ciò che per tanti altri sarebbe stato impossibile. Di lui vorrei aggiungere che è l’uomo più rappresentativo del ciclismo italiano di questi ultimi anni: non c’è festa di paese o incontro nazionale in cui, invitato a parlare, non faccia provare emozioni ai presenti».

Come preparava Martini la corsa iridata?

«Durante la riunione preparatoria chiedeva a tutti noi chi pedalava meglio tra gli avversari per decidere chi mettere nella prima fascia, chi nella seconda, chi nella terza, i più pericolosi, quelli che potevano inventarsi qualcosa. Lo chiedeva a noi perché dal gruppo ci si accorge meglio rispetto a chi segue dall’ammiraglia se uno va forte o no. Le tattiche di gara si sviluppavano in base alla rosa degli avversari più temibili e secondo le esigenze dei nostri capitani».

Riserva insieme a Ballerini...

«Con Franco uscivamo insieme, ci allenavamo spesso insieme, siamo stati compagni alla prima Mapei. Una persona schietta e purtroppo per lui è andata come è andata, la vita è così. Come uomo è sempre stato buono con me e come corridore ricordo la maniera in cui si trasformava quando c’erano le corse in nord Europa: diventava un caterpillar».

Seconda tappa: Utsunomiya 1990. Vinse il belga Dhaenens, terzo Bugno.

«Arrivai in Giappone un po’ stanco: avevo vinto la Vuelta ed ero arrivato terzo al Giro. Fu un mondiale strano, forse Alfredo non valutò bene una fuga in cui andarono via trenta corridori e si rimase un po’ spiazzati, così venne fuori una corsa tutta a inseguimento. Anch’io cercai di fare la mia parte, di tirare, ma, sinceramente – a distanza di tempo posso confessarlo –, non andavo proprio fortissimo e alla fine mi ritirai».

Terza tappa: Stoccarda 1991. Stavolta Bugno ce la fece a vincere e lei chiuse quarantaseiesimo.

«Ci fu una caduta, si spezzò il gruppo e cominciò la bagarre, Gianni entrò nella fuga giusta e vinse alla sua maniera, superando Rooks e Indurain. Il mio ruolo era quello di luogotenente. Dovevo lavorare da metà corsa in poi per i vari capitani».

Quarta tappa: Benidorm 1992, con il bis di Bugno al termine di una stagione negativa. Lei invece era campione italiano, dopo aver sconfitto in volata Podenzana. Una delle poche volate vinte in carriera.

«Eh sì, in genere arrivavo ultimo negli sprint. Gianni era davvero un grande campione come potenzialità, ma gli mancava un po’ di autostima: aveva sempre paura di non farcela. Avesse avuto la convinzione di Chiappucci o Fondriest... Quell’anno eravamo anche compagni di camera, oltre che di squadra nella Gatorade. Cercavo di sollecitarlo, di tranquillizzarlo perché, conoscendolo, sapevo che a lui serviva solamente di stare il più tranquillo possibile. E’ stata dura. Vi racconto questa. A due giri dalla fine erano andati via in quattro e c’era anche Chiappucci. Con Bugno ci ritrovammo in fondo al gruppetto inseguitore e, al solito, lui cominciò: “eh, la corsa è finita, ormai è andata, arrivano loro quattro”. Cenghialta ed io lo rincuorammo, lo portammo davanti e poi, cominciata la salita, lui andò e noi rimanemmo lì. Vinse. Ci sentiamo ancora, ogni tanto, con Bugno. Ci vediamo poco perché è sempre sugli elicotteri a volare. Una sua passione, ma all’epoca in cui correvamo voleva fare anche l’autista di pullman, aveva pure preso la patente per guidare i bus».

Ultima tappa: Oslo 1993. Giovannetti undicesimo, ultimo del gruppetto inseguitore di Armstrong campione del mondo.

«Sì. Pioveva e quindi Bugno, allergico alla pioggia, era out. Un tempaccio, in discesa caddero quasi tutti, io fui uno dei pochi a salvarsi. E l’americano nessuno lo conosceva, quindi ci colse un po’ di sorpresa. Ero nel gruppetto inseguitore con Chiappucci, dovevo tirare, ma Claudio non stava benissimo e quindi più di tanto non potei fare. Ci raggiunse Fondriest che quell’anno andava forte, ma ormai era tardi. Nessuna medaglia per noi».

Veniamo al presente. Favoriti per il mondiale 2013?

«Dico Valverde e Purito Rodriguez. Nibali sarà grande protagonista, ma è più uomo da corsa a tappe che da gara in linea. E poi aggiungo Sagan. Gilbert è un enigma e infine confido in una bella prova del nostro Ulissi».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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