Il dolore
Bankitalia “bacchetta” Carige per Bml
Il rapporto degli ispettori: «Un’acquisizione avventata». E consigliano alla holding ligure di vendere le partecipazioni
LUCCA. Qui 115 miliardi (di lire) pagati a fine 1999 da Carige per acquistare la Banca del Monte furono un passo troppo avventato. Lo sostengono gli ispettori della Banca d’Italia in un rapporto che sta agitando le già turbolente acque della banca genovese e che si chiude invitando la holding ligure a vendere le quote delle banche “extra regione”. Compreso - dunque - l’istituto di piazza San Martino.
Il rapporto di palazzo Koch è ora in mano della procura della repubblica di Genova, che ha aperto sulla vicenda un fascicolo per “atti non costituenti notizie di reato”. Anzi, sarebbe meglio dire i rapporti. Perché si tratta - come anticipato anche dall’edizione genovese di Repubblica - dei resoconti di due ispezioni distinte.
La prima, a cavallo fra il 2012 e il 2013, parla di «politiche espansive difficilmente sostenibili» che sarebbero state messe in atto dal gruppo genovese. E sotto questa categoria andrebbe una serie di operazioni degli ultimi 15 anni: dall’acquisizione della Banca del Monte di Lucca dalla Holding Casse del Tirreno a quella della Cassa di Risparmio di Carrara. Per finire con l’operazione che, nel 2011, ha permesso a Carige di rilevare 22 sportelli già del Monte dei Paschi di Siena (in questa operazione, però, la Banca del Monte non è entrata).
Gli ispettori del Governatore Ignazio Visco, insomma, imputano al management del gruppo (all’epoca guidato dal presidente Giovanni Berneschi) di aver osato troppo, in un programma di espansione insostenibile.
Non a caso nel rapporto relativo alla seconda ispezione (svolta fra marzo e luglio di quest’anno), gli uomini di Bankitalia segnalano «la conservazione di avviamenti delle controllate bancarie, basati su ipotesi ottimistiche e sul raddoppio dell’arco temporale utilizzato per Carige-Italia e Banca del Monte di Lucca». In sostanza, le valutazioni sugli effetti dell’acquisizione sarebbero stati sovrastimati.
La conclusione, a questo punto, segue abbastanza logicamente: «Il cda rinnovato - si legge nella relazione - dovrà approvare entro il 31 ottobre 2013 un nuovo piano industriale che definisca la mission del gruppo e nel cui ambito Carige dovrà valutare attentamente la rilevanza strategica del mantenimento di una presenza in ambiti operativi diversi dal proprio core-business. Considerata l’insoddisfacente redditività, il piano industriale dovrà valutare, in particolare, l’opportunità di razionalizzare l’articolazione del gruppo, ad esempio con riguardo alle banche rete extra-Liguria».
Proprio quest’ultimo passaggio è quello che potrebbe interessare Banca del Monte, una volta che, a fine di questo mese, Carige avrà nuovamente un consiglio di amministrazione nel pieno delle sue funzioni, dopo le dimissioni di otto componenti nei mesi scorsi.
La relazione di Bankitalia è un “attore” in più in una partita complicata che passa per l’aumento di capitale di Carige (800 milioni) e che si biforca fra chi vede questa cifra “racimolabile” fra i soci e chi, invece, vorrebbe alienare partecipazioni. I documenti di palazzo Koch sembrerebbero far pendere il piatto della bilancia verso questa seconda ipotesi.
E in quel caso - come spiegato al Tirreno dal presidente Arturo Lattanzi qualche settimana fa - la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca sarebbe interessata a giocare la partità per salire nella compagine societaria dall’attuale 20%.
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