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Lucca

Monsignor Castellani: «Più solidarietà». E sui rifiuti...

di Paola Taddeucci
Monsignor Castellani: «Più solidarietà». E sui rifiuti...

L’arcivescovo, in carica da dieci anni, chiede a tutti un impegno maggiore a favore del bene comune. Partendo dalle piccole cose, come fare la raccolta differenziata

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LUCCA. Italo, come istintivamente gli si rivolgono i bimbi e i ragazzi. Preceduto da vescovo, parola dal significato bello e impegnativo perché – dice – vuol dire guida, pastore, colui che sorveglia e ha cura delle persone e delle situazioni. Vescovo Italo: così monsignor Castellani, originario di Cortona in provincia di Arezzo e a capo della Chiesa lucchese da dieci anni (prima a fianco di monsignor Tommasi, poi in “solitario”), preferisce essere chiamato. In modo informale, senza termini altisonanti, affinché non ci siano barriere né reverenza. Lo rivela nell'intervista che ha concesso a Il Tirreno a pochi giorni dalla festività della Santa Croce, in cui parla non solo di Chiesa, ma della città e degli amministratori, delle imprese e di economia di comunione.

La scelta di monsignor Castellani di farsi chiamare così rispecchia in pieno la sua idea di una Chiesa missionaria e aperta, con le parrocchie e i cristiani pronti ad ascoltare, a rispondere e a uscire, le tre linee guida che ha indicato nella Lettera pastorale di orientamento per il 2013-2014. Ma a suo giudizio non sarebbe male vedere questo atteggiamento, improntato all'impegno, alla responsabilità e alla partecipazione, anche nella vita civile, politica ed economica. Per il vescovo Italo, insomma, è finito il momento delle pretese, delle deleghe, degli individualismi. Per tutti, religiosi e laici.

“Ascolta, rispondi, vai”, sono le parole chiave della sua lettera pastorale. Cosa significano concretamente?

«È un atteggiamento nuovo che noi cristiani e le nostre comunità devono assumere sul piano personale e interpersonale, una vera e propria conversione del cuore. Ascoltare vuol dire accogliere, vedere e comprendere gli altri: non ignorare, per esempio, la nascita di un bambino o l'arrivo di una nuova famiglia, che sono doni di tutti. Rispondere, poi, ai bisogni della comunità, della gente del territorio, ai segni di speranza che non mancano, specialmente dai giovani. Andare, infine, è uscire, annunciare il Vangelo, far circolare l'amore e il dono di Dio che abbiamo avuto con il Battesimo, portare speranza. Se i cristiani crescono in questa consapevolezza, sono una bomba perché danno anima e cuore, mettono amore nell'umanità».

Come vede la città a distanza di 10 anni dal suo arrivo e cosa devono fare gli amministratori?

«Se non è facile il ministero del vescovo, non è nemmeno facile il “ministero” di un amministratore, in particolare di un sindaco. Basta una pietra sconnessa e si prende contestazioni a non finire. Mi pare che la cittadinanza abbia perso la vocazione al bene comune e dovrebbe recuperarla. A partire dai gesti più semplici, come non buttare carte o plastica in strada, pulire davanti alle proprie case oppure fare la raccolta differenziata che, a mio parere, è una delle forme più importanti di partecipazione al bene comune. D'altra parte l'amministratore deve riscoprire la sua chiamata come servizio. Se si mettessero in pratica questi due criteri, credo che tanti problemi potrebbero essere risolti».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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