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Struggente addio a Russo La figlia: «Sono fiera di te»
Gremita la basilica di San Frediano per le esequie dell’ex assessore provinciale e presidente del Real Collegio. Commovente lettera resa pubblica da Ilaria
LUCCA. Gremita ieri mattina la chiesa di San Frediano per l’addio ad Aurelio Russo, l’ex assessore provinciale e presidente del Real Collegio, deceduto lunedì dopo una breve malattia. Politici, amministratori e tanti cittadini si sono stretti intorno alla moglie Anna, alle figlie Ilaria e Serena, al fratello Mimmo e alla sorella Franca. Una commovente lettera al padre è stata resa pubblica dalla figlia Ilaria (nella foto a fianco) che ha scritto:
«Un grande uomo, papà. Papà era un faro. Illuminante e silenzioso. Efficace. Sicuro. Una bussola per chi, con pragmatismo e generosità, ha saputo condurre e valorizzare. Da lunedì, dentro di me, ho un vuoto. Ho sempre avuto paura di perdere papà. Fin da quando, a sei anni, gli chiesi di smettere di fumare. Avevo origliato una conversazione tra lui e Roberto, nostro medico di famiglia e amico. Papà aveva una brutta tosse e dai toni che usava Roberto, seppur ancora piccola, avevo capito che buttava male. Aspettai che il dottore se ne andasse ed entrai in salotto. Con tono perentorio esclamai: “Non fumare più. Io non voglio perdere il mio papà”. Da quel giorno il suo pacchetto con le ultime 10 MS è rimasto chiuso nella credenza in corridoio. Papà era un uomo coerente che sapeva ascoltare . Uno che si faceva sentire. Era l'ufficio "semplificazione affari complessi". Alla fin fine per lui le faziosità non esistevano. Esistevano gli ideali. Diversi. Contrapposti. Quelli che solo gli stupidi non sapevano far sposare con armonia.
«In effetti lui stupido non era. I suoi occhi rotondi, vispi ed intelligenti, il suo sguardo, tagliente e deciso, mi insegnavano di più che parole vane ed inutili. Da lui non ho ricevuto un'educazione costante. Era spesso assente per i suoi amati impegni. Ma c'era mamma. E lui si fidava ciecamente dei principi che lei mi trasmetteva perché con lei li condivideva. Lui c'era quando dovevo "aggiustare il tiro". E c'era sempre tutte le volte che lo volevo. Papà non ha mai capito perché avessi scelto, ancora prima della laurea in biologia, la strada della ricerca. Mi diceva: “Ma che è questo lavoro della ricerca? Lavori come una matta e guadagni 700 euro al mese!”. Ed io, offesissima, gli rispondevo che non avrei potuto fare altro. Lui alzava lo sguardo perplesso per ciò che sentiva, “Mah!”, mi diceva, ma i suoi occhi erano fieri. Perché per lui la passione e gli ideali erano al primo posto, nel lavoro e in tutto. Quindi gli andava bene che sua figlia rispondesse così, anche se era “una mezza disgraziata col conto sempre in rosso a fine mese”. Da lunedì mi sto spaccando la testa per capire come fare a riempire questo maledetto vuoto che hai lasciato dentro di me. Ho osservato con attenzione la cappelletta dell'obitorio colma di fiori e gli occhi commossi e straziati delle tante persone che ti vogliono bene. Ho ascoltato le loro parole, fiera ed incuriosita. Così mi è venuta un'idea. In questo maledetto vuoto ci metterò la lealtà, la trasparenza, l'intelligenza, l'onesta, la coerenza, la determinazione, la costanza, la sincerità, gli ideali, la forza di volontà, la dedizione, il coraggio, la passione e l'amore. Ho deciso che questo maledetto vuoto lo riempirò di Te. Grazie di tutto».
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