Il Tirreno

Lucca

L’incredibile scempio del corridoio abbattuto

di Paola Taddeucci
L’incredibile scempio del corridoio abbattuto

La foto dell’Archivio Fazzi documenta come era prima del 1938 piazzale Arrigoni col collegamento tra duomo e vescovato

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LUCCA. Oggi non potrebbe succedere. Si scatenerebbe l'ira di Dio tra i vincoli imposti dalle leggi, l'opposizione degli esperti e la protesta del popolo. Invece nel 1938 un corridoio ad arcate, di epoca rinascimentale, fu distrutto. E le ruspe si portarono via anche gli orti e gli alberi che gli crescevano davanti. E' nato così piazzale Arrigoni, l'immagine di oggi per “Ricorda Lucca”, l'iniziativa de Il Tirreno che mette a confronto la città attuale e quella di ieri grazie agli scatti dell'Archivio fotografico Fazzi. La foto di Ettore Cortopassi ritrae il piazzale - che delimita il palazzo arcivescovile, corso Garibaldi e l'abside del duomo di San Martino - com'era prima delle demolizioni. Il nostro Alfredo Fanelli lo ha ripreso com'è oggi, 75 anni dopo. Intitolato a monsignor Giulio Arrigoni - a lungo arcivescovo di Lucca alla metà del 1800 – il piazzale fu trasformato in prato (sull'esempio di piazza del Duomo a Pisa) dopo l'abbattimento della galleria cinquecentesca che collegava il palazzo del vescovo e l'abside. La nuova area verde fu molto amata. Negli anni Sessanta e oltre le mamme della città la chiamavano i “pratini” ed erano solite sedersi sulla scalinata verso corso Garibaldi, per fare due chiacchiere mentre i loro bambini più grandi giocavano sull'erba e i più piccoli dormivano in carrozzina. Forse è proprio questa funzione assunta negli anni ad aver addolcito i cittadini, che non hanno mai additato l'intervento compiuto lì prima della guerra come uno scempio urbanistico e artistico, al contrario, ad esempio, di quello in via Beccheria e nelle piazze San Giusto e XX Settembre, risalente agli anni immediatamente precedenti e di cui abbiamo scritto alcuni giorni fa. A tenere gli animi calmi potrebbe aver contribuito l'assenza di voci ufficiali contrarie all'operazione che si svolse - secondo quanto riportano Gilberto Bedini e Giovanni Fanelli nel loro libro “Lucca spazio e tempo dall'Ottocento a oggi” edito da Maria Pacini Fazzi nel 1997 – sotto la direzione del Genio Civile e della Soprintendenza ai Monumenti. Quest'ultima, nel caso di via Beccheria e dintorni, si era invece opposta strenuamente, benché inutilmente. Un'autorevole voce di protesta fu, molti anni dopo, quella di Pier Carlo Santini, storico dell'arte, figura di spicco in Italia e a Lucca dove diresse la Fondazione Ragghianti fino al 1993, anno della sua scomparsa. Nel 1967 scrisse che la demolizione della galleria era stata un'operazione chirurgica integrale e violenta, con la creazione di uno spazio non storico e disarticolato.

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