Sicurezza
Aprite la città, imparate a sfruttare le occasioni
Il promoter del Summer vede un grande potenziale in parte vanificato dalla burocrazia. «Lucca ha opportunità enormi: piace a tutti, è di tutti»
LUCCA. Con Lucca fu amore a prima vista. E da inguaribile romantico, non l’ha mai lasciata. Era il 1986 e Mimmo D’Alessandro accompagnava Joan Baez in tour. «Dopo il concerto a Bussoladomani mi chiese di andare in piazza Mazzini a Viareggio, per vedere il mare – racconta il patron del Summer Festival –. E li Joan mi domandò “perché non mi porti a vedere Lucca?”. Io la città non la conoscevo. L’indomani andammo in piazza Anfiteatro. Me ne innamorai, e ci comprai casa, quella che ho tuttora». Da allora D’Alessandro vive tra la Versilia e Lucca, diventata la patria d’eccezione della sua creatura più amata, il Summer Festival, e poi del Winter Festival, la cui genesi è molto più recente. Anche lui oggi si sente un lucchese, ma «atipico. E forse la amo più dei lucchesi veri. Mi guardo intorno e sempre più mi convinco che Lucca può andare da sola. Però i suoi amministratori devono dare più chance a chi la vuole promuovere».
Vuole dire che incontra ostacoli a organizzare i suoi festival in città?
«Da una vita chiedo spazi per fare promozione, ma per avere risposte passano anni. Come nel caso dell’accordo sulla programmazione quinquennale, che finalmente abbiamo raggiunto. Ma anche per installare una torre nel punto in cui si trova il Mc Donald, all’uscita dell’autostrada. Non verrebbe utilizzata solo dal Summer Festival, anche dal Winter, dai Comics, potrebbe essere funzionale a tutte le manifestazioni importanti della città, che si promuove meglio facendo sistema».
E invece?
«Invece finora per la torre non abbiamo avuto alcuna autorizzazione. Un’installazione del genere non è pubblicità, è informazione».
Eppure il Summer Festival è una manifestazione consolidata, attesa, sia dalla città che dal pubblico di fuori.
«Il Summer va in controtendenza. I festival chiudono, ma quella di Lucca è più rassegna che festival. Il calendario di quest’anno è chiaro: contiene blues, pop, jazz e la comicità. Ho la presunzione di dire che è un cartellone di alto livello, sfido a trovarne di simili in Europa. Noi giochiamo sempre al top, in base ai nostri spazi. Il mio sogno sarebbe coinvolgere nel festival tre location: piazza Anfiteatro, Napoleone e San Martino. Sarebbe fantastico. Tutti si riempiono la bocca di “Lucca città della musica”, io l’ho capito sedici anni fa».
E gli artisti, da fuori, come la vedono?
«Dave Matthews, artista che va per la maggiore negli Stati Uniti, quando ha suonato al Summer è rimasto talmente rapito dalla città che qui ha fatto il concerto più lungo della storia, di quattro ore addirittura. E da quel concerto è nato un disco live che ha in copertina una veduta di Lucca. Qualche mese fa Matthews, ospite a un talk show in una tv californiana ha raccontato quella serata. E così Paul Simon. Dopo il concerto che fece a Lucca lo accompagnai a Roma per il concertone con Simon and Garfunkel. Eravamo ricevuti dal sindaco, all’epoca Walter Veltroni. E lui a domanda sull’Italia cosa disse? “I never forget Lucca” (non dimentico mai Lucca, ndr). Ma questa bellezza i lucchesi non la vedono, non capiscono il ritorno di affermazioni del genere per la città, ma non mi importa. Siamo quasi a trentamila biglietti venduti in tutto il mondo per questa edizione. E questa è la cosa importante. Quando sposo una cosa vado avanti a testa bassa, se la gente capisce o no non importa».
Ad esempio?
«Stiamo realizzando uno spot su Lucca, con una regista serba giovane. Lo spot verrà mandato sul web e a qualche televisione per programmi sul Summer Festival. Ma parlerà anche delle location più belle della città, come il San Francesco. Un’operazione che faccio da solo; tutto il mondo si accorge di questa bellezza, se ne accorgessero anche le istituzioni... Io sogno sempre che un giorno succeda».
Un sogno irrealizzato è l’allestimento di The Wall di Roger Walters sulle Mura. Perché non si fa?
«The Wall è un’occasione persa per la città. Tutto nacque per caso. Fui contattato da persone di Lucca che avevano visto lo spettacolo a Roma. Erano entusiaste. Facemmo i conti: portarlo a Lucca sarebbe stata un’operazione da tre milioni di euro, che avrei investito io. Proposi il progetto a Comune e Fondazione Cassa di Risparmio, entrambi lo presero in considerazione. Ma non si è capita la portata dell’evento, che sarebbe stato storico, epocale. Avrebbe puntato i riflettori di tutto il mondo su Lucca; quale spot migliore, considerando anche il fatto che di The Wall si avvicina l’ultima rappresentazione, in programma il 21 settembre a Parigi? Uno spettacolo che ha toccato tutto l’universo. Ma qui, con le Mura, col San Francesco... Avevo chiesto settecentomila euro non per pagare l’artista, ma per attrezzare l’area che avrebbe ospitato l’evento. Soldi che sarebbero rimasti a Lucca. È uno spettacolo che porta con sé 82 tir di materiale, un indotto pazzesco, a fine settembre, per negozi, alberghi ristoranti. Un’occasione unica. Waters era entusiasta, lui che è un vulcano aveva già partorito idee eccezionali».
Eppure si continua a dire che The Wall non si è fatto perché costava troppo per la città, si parla di un milione e mezzo.
«Basta fare demagogia stupida, becera. Non è vero che ci volevano troppi soldi. Non si devono dire cose per imbrogliare la gente. Vorrei che finisse l’era di clientele e nepotismo, a vantaggio della meritocrazia. Se a consuntivo gli incassi fossero stati maggiori avrei restituito i settecentomila euro. Invito le persone che non hanno creduto al progetto ad andare a Roma il 28 luglio a vedere The Wall, così si daranno i morsi sulle mani».
Deluso, insomma.
«Il fatto è che la gente non sogna più e invece sognare è importante. Non si capisce che quello che trasmette uno spettacolo è molto più di una medicina. È uno scambio di energie, sono magie che si creano. Se c’è chi fa migliaia di chilometri per andare a vedere un concerto ci sarà pure un motivo. Lucca ha un grande potenziale, ma la gente non se ne accorge».
Cosa suggerisce per invertire la tendenza?
«Di imparare a prendere il meglio, di aprire l’orizzonte. Lucca è Italia, è una città del mondo. Tutti hanno il diritto di venire qui».
A breve il Summer Festival edizione numero sedici prenderà il via. Cosa si augura più di tutto?
«Che i burocrati siano un po’ più comprensivi, che non rendano la vita difficile. A loro dico please, please, please, citando James Brown. Dico “lasciateci lavorare in pace”».
Intanto lei e il suo staff state organizzando anche una serie di iniziative legate al Summer che coinvolgono la città e le sue aziende.
«Penso che città e festival siano tutt’uno. Per questo motivo abbiamo ideato pacchetti che comprendono cena, parcheggio, tribuna, free bar e musica, ogni sera per un massimo di trecento persone. Ci sono aziende lucchesi che collaborano, presentando i loro prodotti tipici. Sono i pacchetti vip, che danno anche diritto di accedere in un’area di ospitalità del backstage dove prima dell’inizio del concerto verrà servito un buffet di benvenuto. Abbiamo ideato anche altri pacchetti, che abbinano al concerto escursioni in bicicletta fra Lucca e i suoi dintorni. E tutto questo per dare maggiore visibilità anche alla città. È un sistema che si promuove, non una sola manifestazione».
Altre novità?
«Stiamo investendo sulla serata dei talenti lucchesi. Diventerà un premio, faremo una commissione per giudicare i concorrenti. I giovani talenti vengono selezionati all’istituto Boccherini. Sul palco del Summer ci saranno l’orchestra e il coro del Boccherini. Un altro modo per spiegare che è nostra intenzione valorizzare tutto ciò che è Lucca».
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