Il Tirreno

Lucca

preziosi reperti e tanti documenti

Toccante la parte su don Aldo Mei

Toccante la parte su don Aldo Mei

In una teca anche le bende insanguinate del prete trucidato

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LUCCA. Le prime bottiglie di Coca Cola portate dagli americani e i pacchetti di cioccolata, la schiuma da barba e le gavette, le bende con il sangue di don Aldo Mei e i fucili. Gli anni della guerra e della Resistenza sembrano scorrere di nuovo nelle sei sale del museo di via S. Andrea. Dove il sacrificio dei soldati, dei partigiani, dei civili, delle donne e dei preti che presero parte alla lotta di liberazione rivivono in centinaia di cimeli e oggetti. Tutte appartenenti a privati che le hanno donate o concesse in comodato d’uso, queste memorie furono raccolte da Carlo Gabrielli Rosi, storico lucchese scomparso nel 2008, cui si deve la costituzione del museo nel 1989 su un piccolo nucleo già esistente dal 1951 e di cui facevano parte alcune collezioni risalenti alla prima guerra mondiale. Si ripercorrono le storie di “Pippo”, del Gruppo Valanga, dell’XI Zona, dei certosini di Farneta, senza dimenticare le decine di rastrellati o prigionieri militari internati in Germania nei campi di concentramento. Toccante la parte dedicata a don Aldo Mei, fucilato sugli spalti delle Mura, vicino a Porta Elisa, nella notte tra il 3 e il 4 agosto 1944, all’età di 32 anni. In una vetrina è esposta la sua tonaca nera coperta dalle bende con cui le suore del vicino convento asciugarono il suo sangue, dopo la fucilazione. Le bende furono donate al museo dall’onorevole Maria Eletta Martini, che le aveva avute dal padre, Ferdinando Martini, primo sindaco eletto della città e senatore. Ma altrettanto toccante l’esposizione delle urne che conservano le terre della memoria, luoghi di eccidi e di dolore: da S. Anna di Stazzema a Marzabotto, dal campo di sterminio di Auschwitz a quello dei militari alleati di Montecassino; dalle Fosse Ardeatine a Molina di Quosa e Fucecchio. E la barriera di filo spinato e ferro del campo di concentramento di Colle di Compito, nel quale durante la guerra passarono centinaia di prigionieri di guerra alleati. Moltissimi, infine, i documenti (lettere, cartoline, libri) e gli oggetti (di uso militare e quotidiano, vestiti, armi), a raccontare piccoli e grandi atti di coraggio, anche di molti lucchesi, contro la barbarie della dittatura e della violenza vissuta durante la Seconda Guerra Mondiale. (p.t.)

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