Finanza
Operai ustionati, ditta condannata
I due dipendenti rischiarono la vita nello scoppio di un serbatoio alla Paterni
LUCCA. Il 26 agosto di tre anni fa due operai rischiarono la vita restando a lungo in prognosi riservata al centro grandi ustionati di Pisa in seguito allo scoppio avvenuto in un serbatoio contenente idrocarburi che stavano riparando nell’officina Paterni Manutenzioni a Coselli. Per quel gravissimo infortunio sul lavoro il giudice Stefano Billet - al termine di una decina d’udienza e dopo aver sentito 4 consulenti - ha condannato a 16 mesi di reclusione per lesioni colpose gravi e permanenti Alessandro Pellegrini, 44 anni, di Capannori, all’epoca dei fatti presidente del cda della Paterni Manutenzioni e preposto alla gestione tecnica. Non solo. La Paterni Manutenzioni srl è stata chiamata in causa dalla parte civile e condannata al pagamento di una provvisionale immediatamente esecutiva di 10mila euro a favore di Anna Ghelardi, assistita dall’avvocato Marco Treggi, la madre di Cristian Di Fronzo, 39 anni, di Coselli, uno degli operai rimasti ustionati e che ha riportato lesioni permanenti. «Giustizia è stata fatta e in tempi rapidi» il commento della donna che ha preso parte a tutte le udienze e che attende il risarcimento completo del danno in sede civile. La compagnia d’assicurazione della Paterni invece ha risarcito sia Di Fronzo sia Luca Donati, all’epoca ventunenne e attuale calciatore del Lammari (Eccellenza), l’altro operaio rimasto a lungo in ospedale.
Accuse smontate. Oltre al titolare della Paterni era finito sotto processo Cristian Di Fronzo.Per il pm Salvatore Giannino era il responsabile della sicurezza e avrebbe dovuto vigilare sull’altro operaio rimasto ferito. In realtà, come dimostrato dal suo legale Andrea Balducci, a Di Fronzo venne fatto firmare un foglio come incaricato della sicurezza senza mai essere addestrato sulle procedure da seguire. Un rappresentante formale, ma non sostanziale. Non solo. Per l’accusa la ditta era inadempiente in materia di sicurezza visto che gli operai non disponevano di cinture di sicurezza con corda di adeguata lunghezza necessaria per i lavoratori che entrano in spazi chiusi e stretti (serbatoi e cisterne) e di apparecchi per la respirazione in presenza di gas nocivi. E la mattina dell’incidene i due operai furono fatti accedere al serbatoio senza protezioni e respirazione assistita e senza la presenza di un altro lavoratore alla sommità della cisterna. Per Di Fronzo la procura chiese al gip il decreto penale di condanna con pagamento di 1000 euro, ma il legale dell’operaio si oppose preferendo dimostrare al processo la sua assoluta buona fede ed estraneità alle accuse. E al termine del procedimento penale durato due anni e mezzo il giudice Stefano Billet ha assolto con formula piena Cristian Di Fronzo.(l.t.)
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