Il Tirreno

Lucca

Artigiano gioielliere del terzo millennio

di Barbara Antoni
Artigiano gioielliere del terzo millennio

Stefano Pedonesi crea monili di design, chiuso in laboratorio con internet sempre acceso: «Così promuovo il made in Italy»

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LUCCA. Otto, dieci, anche più ore ogni giorno chiuso nel suo laboratorio in piazza del Palazzo Dipinto. Chiuso si fa per dire: nel mondo virtuale, Stefano Pedonesi viaggia di continuo mentre al bancone, con gli arnesi da orafo, fonde, scolpisce, plasma, modella metalli e li impreziosisce di pietre più o meno preziose. Due siti internet, una pagina Facebook con oltre tremila “mi piace”, profilo aperto su Linkedyn e i tweet che “volano” durante la giornata. Mentre comunica col mondo crea gioielli. Non da ieri: dal 1994, ha cominciato a diciannove anni appena nel laboratorio di papà Bruno che gli ha insegnato il mestiere e trasmesso la passione. Lui ci ha messo l’estro e la tecnologia. Un artigiano del terzo millennio che si è fatto da sé, sposando l’arte delle mani all’utilizzo professionale e social della tecnologia. Un po’ per carattere, un po’ per necessità. «A Lucca prevalentemente lavoro con le riparazioni dei gioielli. Quelli che creo io sono di design e qui incontrano il gusto della gente molto meno che all’estero o in altre città d’Italia. Di mostre ne ho fatte tante, ma a Lucca mai», dice il giovane orafo.

L’ultima ad avere notato le creazioni di Stefano Pedonesi è stata la curatrice delle Gallerie Forbes di New York. Una folgorazione: ha visitato il suo sito, è rimasta colpita in particolare da tre pezzi (tre anelli), lo ha contattato per email e i tre gioielli dalla metà di marzo sono volati nella Grande Mela, per restarvi fino a settembre, ospiti - nsieme ad altri centocinquanta provenienti da tutto il mondo (ma solo quelli dall’Italia) - della mostra “Out of this world! Jewelry in the space age”, esposizione che coniuga scienza e arte.

Incompreso, ma «rimango qui». Qualche anno fa, racconta Stefano, «provai a smuovere le acque, a sensibilizzare le coscienze per realizzare a Lucca una mostra del gioiello. Ero anche iscritto a un’associazione di categoria. La mia proposta fu ignorata, da tutti. Mi sentivo davvero demoralizzato, e decisi anche di uscire anche dall’associazione di categoria. Pensai che la cosa migliore fosse di fare da solo, di promuovere il mio lavoro e le mie creazioni da solo. Ma non andandomene dalla mia città, io voglio rimanere qui. Pensai di utilizzare internet, dove avevo già tantissimi contatti».

Il sondaggio tra gli amici di Fb. Stefano lavora in laboratorio, non ha un negozio, nemmeno una vetrina, da cui qualcuno passando possa vedere le sue creazioni e giudicarle, in negativo o positivo che sia. Ma Stefano, sul bancone di lavoro, ha un portatile sempre acceso, sempre online, un dialogo sempre aperto col mondo. Così, mentre lavora, scatta istantanee ai semilavorati dei suoi gioielli e li posta sulla sua pagina Fb. «Facebook - dice - io lo uso come strumento di sondaggio. Alle cose che sono piaciute di più mi è capitato che in pochi minuti arrivassero anche settanta apprezzamenti. E allora io ho continuato a realizzare il gioiello con quello stile, quell’impronta. Ma non c’è niente da fare. Il gioiello di design, quello più particolare e contemporaneo, è più apprezzato all’estero. In Italia si ama di più il gioiello classico, e anch’io sono dell’avviso che sia il più bello al mondo. Ma esiste anche di altro e di bello. E io cerco di coniugare le cose stravaganti al prezzo abbordabile. Ho a cuore che la gente le acquisti, che i miei oggetti vengano indossati e viaggino per il mondo». Non solo oro: molto argento, bronzo, pochi diamanti e piccoli, pirite, pietre di varia provenienza, ma anche oggettini sugli anelli, dalla casine (autentiche) del Monopoli ai coralli, alle lumachine.

Il boom di Roma e Genova. «Ho un punto vendita nella capitale e uno a Genova - spiega Stefano Pedonesi -. Non negozi miei, mi appoggio a oreficerie del posto. Sto cercando altri punti in altre zone d’Italia. I miei gioielli trovano molto consenso là, anche per la presenza di turisti. Nelle grandi città più che da noi viene apprezzato l’oggetto di artigianato, il made in Italy vero, da noi la gente è troppo legata al valore dell’oggetto. E per questo magari si preferisce acquistare un gioiello bello ma di fattura industriale. Per l’artigianato c’è poco rispetto, perché la forma mentale corrente è di consumare velocemente. A me i lucchesi chiedono tanti preventivi ma in porto ne vanno pochi: non si capisce il valore del tempo e del lavoro di un artigiano».

Produzione industriale? No, grazie. «Un negozio americano - continua Stefano - mi aveva proposto di fare una produzione in serie dei miei gioielli. Ho ringraziato ma ho rifiutato. A me piace cambiare modelli, sporcarmi le mani, non diventare un orafo che realizza in serie con la tecnologia, eppure sarebbe più facile. Preferisco vendere i miei pezzi unici alle mostre, su internet, nelle grandi città. Creare un gioiello per me significa dare la vita al metallo, ogni oggetto, anche se venduto, rimarrà mio per sempre, almeno nel pensiero. Mi auguro - conclude - che altri stiano percorrendo questa strada, sono sicuro che contribuirebbe a risollevare il gioiello italiano e il made in Italy in genere nel mondo».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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