Il Tirreno

Lucca

«Deve essere recuperata la risorsa archeologia»

di Marco Innocenti
«Deve essere recuperata la risorsa archeologia»

Lo stop al parco della Pompei rurale, la mancanza di un museo specifico e di tour e visite guidate frenano il flusso turistico che il settore attira

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LUCCA. La Pompei rurale con le cento fattorie di epoca romana? Coperte dalla vegetazione tenuta bassa solo dalle pecore che ci pascolano intorno.

Il museo archeologico per la miriade di reperti di ogni epoca, e di grande valore, trovati in anni e anni di ricerche e stipati in depositi che ormai non li contengono più? Mai decollato.

Né si è fatto niente per organizzare un percorso sulle imponenti tracce delle Mura di epoca romana che affiorano in diversi punti della città, visitabili, o per allestire il tour delle grotte (tutte raggiungibili a piedi in tempi dai 2 ai 20 minuti) della Valle del Serchio.

Può sembrare incredibile, ma Lucca continua a rinunciare ad una formidabile risorsa, non solo per ricostruire la storia della città dal tremila avanti Cristo ad oggi. In termini utilitaristici, perde il flusso di qualità, con grandi numeri, degli appassionati di archeologia.

Un quadro talmente sconfortante che, dopo decenni di lavoro e di battaglie – scientifiche e non solo – anche l’archeologo Michelangelo Zecchini pare essersi arreso.

Non nasconde la delusione per l’esito di tanti sforzi profusi per far capire di quali tesori il territorio dispone e che non solo non sono valorizzati, ma sono trascurati e dimenticati. Tuttavia non attribuisce il suo abbandono soltanto alla delusione:

«Non posso dire che, dopo venti anni di impegno nella direzione dello scavo alle 100 fattorie, note anche come dimore dell’Auser, mi abbia fatto piacere veder cancellato il progetto del parco archeologico. Certo, questa situazione ha contribuito alla mia decisione, nel 2009, di cessare la mia attività in quel settore.

«Ma ci sono altri motivi che mi hanno convinto che una fase era finita. Fra questi un incidente sul lavoro e, non lo nascondo, una serie di perplessità su certe vicende».

A cosa si riferisce in particolare?

«Non condivido che si dia spazio eccessivo alla valorizzazione di ritrovamenti piuttosto banali e si trattino con sufficienza scoperte oggettivamente degne di nota. Non apprezzo poi il fatto che da più di dieci anni i lavori pubblici e parapubblici vengano affidati sempre alla stessa ditta, che di fatto gode di un monopolio assoluto quando ci sono tante cooperative archeologiche, di qualità, che devono combattere contro la crisi.

«Mi dispiace che il nuovo sindaco, che pure conosce bene il problema, continui a muoversi nel solco lasciato dai predecessori, dopo aver detto che per l’assegnazione degli incarichi avrebbe proceduto con la massima apertura a tutti i professionisti interessati, selezionandoli poi sulla base dei curriculum.

«E vorrei anche che quando si organizzano mostre archeologiche al museo di Villa Guinigi non ci si affidasse a studenti universitari quando ci sono tante persone le quali, anche se hanno raggiunto con spese e fatica la laurea, il dottorato e la specializzazione, devono combattere con la disoccupazione».

Torniamo ai tesori perduti. Le 100 fattorie romane sono ormai in rovina?

«In abbandono e nell’incuria purtroppo sì, in rovina ancora no, almeno non del tutto. Le strutture murarie tengono, grazie a un consolidamento di alta professionalità effettuato più volte dai miei collaboratori fra il 2001 e il 2007, ma si nota un incipiente degrado in alcuni massi di arenaria macigno che cominciano a sgretolarsi sotto i colpi degli agenti atmosferici.

«Dove fino a pochi anni fa c’erano fervore di ricerca, didattica per le scuole di ogni ordine e grado, scambi culturali e confronto di metodologie con colleghi e ragazzi provenienti da università di mezzo mondo, oggi c’è desolazione e squallore.

«Rimangono intatti la segnaletica e i tabelloni didascalici che stanno a indicare fattorie che non si vedono quasi più e un parco che forse non si vedrà mai».

Le cause sono la scarsa sensibilità degli amministratori e la mancanza di fondi?

«No. A mio avviso sindaci e presidenti, assessori e funzionari alla cultura, nessuno escluso, non avrebbero potuto fare di più. Hanno creduto nel progetto per 20 anni, anche quando le risorse erano scarse.

« C’è stata da parte loro attenzione e sensibilità, a cominciare dall’allora sindaco di Porcari, Giometti, per arrivare agli assessori Da Sanmartino e Bullentini, ai presidenti della Provincia Tagliasacchi e Baccelli».

Allora cosa è che ha fermato l’ingranaggio di un progetto che sembrava in dirittura d’arrivo?

«La normativa, anche se in teoria ci sono figure superiori come il soprintendente e il direttore regionale, di fatto assegna forti poteri di indirizzo e decisionali al funzionario di zona (altrimenti detto archeologo direttore coordinatore), specialmente se costui ha la delega alla firma degli atti che lui stesso redige.

«Giulio Ciampoltrini, da tre decenni funzionario per la zona di Lucca e della Piana, per molto tempo e in decine di occasioni pubbliche ha sottolineato la straordinaria importanza storico-archeologica dell’insieme di ville rustiche che connotano in particolare il territorio di Capannori e di Porcari. Poi ha cambiato parere e ha dichiarato che le 100 fattorie non sono più una priorità per la Soprintendenza.

«Il messaggio/dietrofront è inequivocabile e gli effetti non si sono fatti attendere.

«Cos’altro potrebbe fare, se non prenderne atto, un amministratore pubblico che nella gestione dei beni archeologici ha poteri assai prossimi allo zero?».

I motivi del cambiamento di parere?

«Li ignoro. Ma è difficile capire questa sostanziale presa di distanza dal progetto, che aveva peraltro il favore, in Italia e all’estero, di decine di studiosi di chiara fama.

«Per di più dopo che sono state spese centinaia di migliaia di euro».

Se avesse lei poteri e mezzi, cosa farebbe per fare dell’archeologia un grande polo di attrazione culturale e turistica a Lucca e nel suo territorio?

«Abbiamo già a disposizione uno scrigno pieno di tesori. Ora bisogna definire le priorità e procedere. Occorre intanto un museo interamente dedicato ai reperti archeologici che giacciono in depositi non più capaci di contenerli.

«Non è sufficiente l’angolo che il Museo di Villa Guinigi riserva loro, ma l’idea di una struttura espositiva autonoma non ha finora trovato il gradimento della Soprintendenza del settore.

«Un vero e proprio museo potrebbe invece mostrare pezzi di grandissimo valore: basti pensare che solo in un pozzo di palazzo Poggi in via del Seminario sono stati recuperati in gran quantità oggetti e statue del Cinque-seicento, compreso un urogallo. Ma disponiamo di una miriade di reperti che coprono migliaia di anni di storia e di vita a Lucca e in Lucchesia».

Sarebbero possibili tour e visite guidate?

«Certamente. In città ci sono le vestigia delle Mura della prima cinta, di epoca romana, nella zona della chiesa dell’Alba, in piazza S. Maria Bianca e in S. Agostino.

«A cinquanta metri dal palazzo Poggi c’è una traccia di mura medievali con un torrione e alloggiamenti per le colubrine.

«Uscendo da Lucca, fattorie romane a parte, ci potrebbe essere il tour delle grotte: la Buca di Castelvenere a Valdottavo con reperti di 4mila anni fa; le grotte di Pontenero e Ponte di Maggio in Val di Lima con tracce di 10mila anni fa; la Buca di Vallico Sopra col santuario etrusco, la Buca di Gioviano».

Enti locali, associazioni e fondazioni sostengono l’attività archeologica?

«Con passione, e lo hanno sempre fatto. Ma di fronte a un no che spesso viene dall’alto cosa possono fare?».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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