Il Tirreno

Lucca

Morì di setticemia, due medici a giudizio

di Luca Tronchetti
Morì di setticemia, due medici a giudizio

Vittima una giovane (madre di un bimbo di sei mesi) colpita da peritonite: le era stata diagnosticata un’influenza

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LUCCA. Sei mesi prima la grande gioia di un bambino che non ha avuto il tempo di veder crescere. Poi Sabrina Baldanzi, per anni impiegata all’ufficio legale della Kartogroup, chiude la sua esistenza a 42 anni. Uccisa dalla setticemia: il frutto di una peritonite causata da un banale virus influenzale che per l’accusa non le era stato diagnosticato. Per questo motivo il giudice dell’udienza preliminare Giuseppe Pezzuti ha mandato a giudizio due medici: Umberto Lazzeri, 58 anni, di Pontetetto difeso dall’avvocato Lodovica Giorgi e Patrizia Gaglianone, 52 anni, residente a Rosignano Marittimo e assistito dal legale Marco Meoli di Pisa. Il primo era il medico di famiglia, la seconda era il medico di turno al pronto soccorso. Entrambi sono accusati di omicidio colposo e il processo è stato fissato per il 16 maggio davanti al giudice Stefano Billet. Secondo la procura, l’inchiesta è diretta dal sostituto Fabio Origlio, i due medici con condotte indipendenti e per colpa nell’esercizio della professione avrebbero contribuito - per imperizia e negligenza nelle diagnosi - a cagionare la morte della giovane donna avvenuta la mattina del 5 novembre del 2011 per «shock settico in corso di peritonite acuta da sezione di ansa intestinale causata dalla briglia aderenziale per un pregresso intervento chirurgico di endometriosi ovarica». Per la procura una morte che avrebbe potuto essere evitata.

La storia. Tra il 24 e il 25 ottobre Sabrina Baldazzi, che vive a Vorno con il marito Marco Giangrandi e il figlio Jacopo, accusa forti dolori addominali tanto che il giorno successivo contatta il medico di famiglia il quale, ascoltati per telefono i sintomi fa la diagnosi: influenza gastrointestinale. Consiglia alla giovane mamma una dieta alimentare e alcuni farmaci. Ma la situazione non migliora. Il 29 ottobre 2011 nuova telefonata al medico di base per la persistenza dei sintomi e il continuo vomito nonostante la scarsa alimentazione. Il 31, visto che la situazione non muta, il dottor Lazzeri visita la paziente a casa. Ma non ritiene necessario disporre accertamenti specifici e prosegue con la solita dieta alimentare. La situazione però resta stazionaria.

Il ricovero in ospedale. Nel pomeriggio del 4 novembre l’impiegata continua ad accusare forti dolori tanto che il coniuge verso le 20 la porta al pronto soccorso del Campo di Marte. Lì in turno c’è la dottoressa Patrizia Guaglianone che, stando all’accusa, non raccoglie l’anamnesi, non esegue alcuna visita clinica e omette anche di far eseguire semplici esami quali l’ecografia all’addome o i raggi. Precauzioni che avrebbero permesso una diagnosi corretta e un conseguente intervento chirurgico tempestivo. Ma così non è e nelle prime ore del mattino di quel tragico 5 novembre Sabrina viene dimessa con la medesima diagnosi: gastroenterite.

Il dramma. Tornata a casa i dolori proseguono sempre più violenti e lancinanti. Il Buscopan non serve più a niente. A metà mattina Sabrina, oltre a una fortissima sudorazione fredda, ha disturbi all’udito e alla vista. Non riesce a parlare e a respirare bene. Il marito angosciato per quanto sta accadendo chiama il 118 e in ambulanza la fa trasferire con urgenza al pronto soccorso del Campo di Marte. Lì i medici le fanno un’ecografia e scoprono la verità. Un’occusione intestinale con peritonite conclamata. Sono le 12.45 quando viene preparato il tavolo operatorio per cercare il disperato intervento chirurgico, ma la paziente portata in sala muore prima ancora che l’operazione abbia inizio.

L’ipotesi del decesso. Secondo l’anatomopatologo Gilberto Martinelli - il perito della famiglia Giangrandi costituitasi parte civile al processo penale tramite l’avvocato Gaetano Anastasio - i medici non avevano tenuto conto di un pregresso intervento di chirurgia ginecologica a cui era stata sottoposta l’impiegata. In sostanza una briglia aderenziale aveva formato una sorta di forcella intorno ad un’ansa dell’intestino tenue che a sua volta aveva causato una necrosi della parete intestinale con la rotture delle viscere. Per il medico legale della famiglia Giangrandi (si sono costituiti parte civile il marito, il figlio e i genitori della giovane mamma deceduta) una situazione clinica non improvvisa e asintomatica. Una patologia curabile con un accorto esame medico e un conseguente intervento chirurgico. Anche per il perito del pubblico ministero, Chiara Toni, «passati 3-5 giorni senza una risoluzione del quadro di gastroenterite virale e in presenza di un suo aggravamento era doveroso approfondire gli accertamenti ematochimici e radiologici». Adesso sarà il processo a fare piena luce sulla morte della giovane mamma.

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