Il Tirreno

Lucca

Nomadi e case da spostare per un fiume più sicuro

di Fabrizio Tonelli
Nomadi e case da spostare per un fiume più sicuro

L’Autorità di Bacino presenta il piano stralcio per l’assetto idrogeologico Il presidente Nardi punta il dito sui rischi in via della Scogliera e a Ponte S. Pietro

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LUCCA. Il trasferimento del campo nomadi di via della Scogliera (una cinquantina di persone) e quello di 5-6 famiglie che si sono insediate in golena in prossimità della colonia solare di Ponte San Pietro consentirebbe di attuare importanti interventi per la messa in sicurezza del Serchio in due punti estremamente critici del corso del fiume nel comune di Lucca.

Lo dice il presidente dell’Autorità di Bacino del Serchio, il professor Raffaello Nardi, che ha presentato a enti e ordini professionali il piano stralcio per l’assetto idrogeologico del fiume, l’aggiornamento adottato dal comitato istituzionale nella seduta dell’8 marzo scorso.

Golena rialzata. Per Nardi la presenza in golena dei nomadi in via della Scogliera è sicuramente un problema. Oltretutto la golena stessa è stata rialzata al punto da diventare più alta dell’argine maestro. Secondo Nardi, se in caso di piena l’acqua entrasse in golena troverebbe un muro di terra e potrebbe sfondare l’argine.

«Arrivando a Lucca – dice il professore – come già avvenne nel 1812».

Case nella cassa di espansione. E poi l’altro punto da bollino rosso. Ponte San Pietro. Qui la golena è chiusa e dentro questo spazio, una sorta di cassa di espansione del fiume, sono state costruite 5-6 case. «Dovrebbe essere riaperta per dare più spazio al Serchio, trasferendo queste famiglie. E’ anche una questione di sicurezza per loro», spiega il presidente dell’Autorità di Bacino. Ma ci sono anche altre questioni aperte, in particolare quelle legate alla solidità degli argini. Secondo Nardi il fiume fino a Ponte a Moriano, zone industriali a parte, non presenta particolari problemi. Dal Morianese cominciano gli argini che fino a Lucca sono in buone condizioni.

Argini deboli. Ma da Monte San Quirico partono i problemi, che si ingigantiscono nel territorio pisano. «Sono argini in terra – spiega il professore – se sormontati si sfanno. Gli interventi di piano consistono nello sbassare le golene e con il materiale rialzare gli argini, inserendo anche mezzo metro di cemento in modo che non si possano rompere. Un intervento del genere costa 1 milione di euro a chilometro e quindi considerando le due sponde ci vogliono 60 milioni per mettere tutto a posto».

400 milioni per le opere. Ma di milioni però per l’asse del Serchio ne occorrerebbero molti di più, quasi 400 fra interventi in corsi e quelli ritenuti necessari.

«Partendo dal mare – afferma il professor Nardi – ci sono altri nodi da affrontare: a Migliarino Aurelia e ferrovia basse, a Ripafratta andrebbe eliminato il ponte basso e sostituito con quello della vecchia autostrada opportunamente risistemato».

Ci sono poi le 13 lavorazioni di inerti lungo il Serchio che con il tempo è opportuno siano de localizzate. Insomma un lavoro a 360 gradi per rendere più sicuro il fiume. Con l’Autorità che ha anche ridotto i tempi, da 60 a 30 giorni, per i pareri relativi a interventi nelle aree a rischio. Linea molto rigida per nuove opere e più flessibilità per quanto è già esistente. Il piano, il cui iter è partito nel 2001, ha avuto 270 osservazioni di cittadini e enti, e dopo l’adozione da parte del comitato isituzionale dovrà essere approvato con un decreto del presidente del Consiglio dei ministri.

Gli obiettivi. Nardi nelle sue conclusioni individua una serie di obiettivi da centrare: la delocalizzazione di insediamenti a rischio, la rimozione di stoccagi di ineti e di rifiuto; la realizzazione di casse di espansione a Diecimo e Piano di Coreglia e sui torrenti Contesora, Freddana, Freddanella, Cetosa, Canabbia, Ozzeri e Celetra. E poi come già detto il rinforzo degli argini, il miglioramento funzionale delle opere di difesa esistenti e la gestione degli invasi Enel per il controllo delle piene.

E infine l’adeguamento dei tratti di viabilità a rischio.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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