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Lucca

Si è tolta il burqa ma rischia la vita

Si è tolta il burqa ma rischia la vita

«Sono regolare, se non trovo lavoro finirò lapidata dal marito che ho lasciato»

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LUCCA. Rischia la lapidazione per avere disonorato il marito togliendosi il burqa per vivere una vita come tutte le donne occidentali. Il marito, fervente mussulmano, ha ritenuto il comportamento un'offesa alla religione e una mancanza di rispetto nei suoi confronti. Ma Katia, una giovane donna di 33 anni, è andata per la sua strada. Bella, giovane e una gran voglia di vivere in Italia, dove spera di trovare un lavoro, ha gettato alle ortiche il velo e il burqa rivendicando il suo diritto di donna a fare la propria vita, pur tra mille difficoltà.

Ha rotto gli indugi dopo avere subito una lunga serie di umiliazioni, minacce e botte. Solo grazie all'aiuto della Caritas e delle suore è riuscita a liberarsi del marito e ad essere finalmente una donna libera insieme alle sue due bambine. Dopo avere fatto per qualche tempo la barista, è rimasta senza lavoro. Tira avanti grazie ad una amica che la sta ospitando.

Giorno dopo giorno la situazione si fa sempre più drammatica: mancano i soldi per comprare da mangiare alle bimbe e per le spese minime. «Io sono regolare in Italia, ma se non trovo lavoro non so come fare. Mi adatto a qualsiasi lavoro pur che sia dignitoso; non posso neppure pensare di rientrare in Marocco, dove ho mia madre. I miei fratelli e la famiglia del mio ex marito non mi perdonerebbero mai quello che ho fatto. Rischio la morte».

Katia si era sposata in Marocco nel 2001 in un matrimonio combinato da suo padre e dalla famiglia dello sposo. Aveva 21 anni, lui il doppio. Fin dal primo giorno per Katia è stato un inferno: è stata costretta a subire ogni tipo di angherie. Dal matrimonio sono nate due figlie e subito dopo la coppia è venuta in Italia. Il marito ha faticato a trovare qualche lavoro saltuario, i soldi non bastavano né per mangiare nè pagare l'affitto di casa. Nonostante le difficoltà il marito ha sempre vietato alla moglie di lavorare.

«Lui mi ha sempre trattato come un oggetto. Mi picchiava mi dava ordini, pretendeva la massima ubbidienza. Spero che questo mio appello non cada nel vuoto. Lo faccio soprattutto per le mie bambine».

Chi può aiutare Katia e vuole mettersi in contatto con lei, può inviare una e-mai al nostro giornale, all’indirezzo: lucca.it@iltirreno.it.

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