Il Tirreno

Lucca

Trent’anni di successi sulle scene teatrali

di Paola Taddeucci
Trent’anni di successi sulle scene teatrali

Dal primo spettacolo, “Biancaneve”, la regista ha portato la sua compagnia del Carretto all’attenzione del mondo

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LUCCA. Non ha mai parlato di sé, né è apparsa insieme con i suoi attori, alla fine delle recite, per ricevere gli applausi. «Loro sono lo spettacolo, non io», dice. Di sue foto, poi, ne esistono pochissime in circolazione. E se ha dichiarato qualcosa, è stato sempre e solo riguardo ai suoi lavori. Per la prima volta Maria Grazia Cipriani, regista e fondatrice del Teatro del Carretto - una delle più importanti, conosciute e innovative compagnie italiane – si racconta. Per la prima volta spiega com'è nata la sua passione per il teatro, come è riuscita a trovare un modo originale e personale di fare drammaturgia e parla del suo essere donna e regista.

Trent'anni di attività. La sua è una storia in cui la vita e il teatro si rincorrono. Prima su due binari apparentemente lontani poi via via sempre più vicini, fino a diventare uno solo, nel 1983, quando, insieme con lo scenografo Graziano Gregori, diede vita alla compagnia che nel 2013, quindi, festeggia il trentesimo anno di attività con un repertorio apprezzato a livello internazionale.

Fiaba, mito e letteratura. Da “Biancaneve”, il primo titolo che rivelò la compagnia e ancora oggi richiestissimo, all'ultimo “Giovanna al rogo”, rappresentato in settembre nei sotterranei delle Mura, Maria Grazia Cipriani ha adattato miti, fiabe e classici del teatro e della letteratura alla sua drammaturgia. Che è stata, da sempre, improntata alla ricerca tra il viaggio interiore, il sogno e il lavoro teatrale. C'era questo dietro Biancaneve, spettacolo costruito sul gusto concreto della materia e dell'artigianato e mirato ad esplorare il segreto dell'incontro tra l'interprete umano e la figura animata. «È stato una sorta di manifesto – dice la regista – dove c'erano già tutti i segni della poetica che poi avremmo sviluppato».

Biancaneve e l'emozione. A questo spettacolo è particolarmente legata e ad ogni replica – ormai 2000 – si emoziona ancora. Un po' perché è nato direttamente dalla sua vita. «Era una delle favole che leggevo a mia figlia – racconta – e, per cambiare, gliela facevo in tutte le versioni. Quella fiaba mi è entrata così dentro che mi sembra di averne colto tutti i significati più profondi: è la storia di una crescita».

Da Shakespeare a Kafka. E quella ricerca è continuata con gli spettacoli successivi, nei quali Maria Grazia si è cimentata, tra l'altro, con Shakespeare (Romeo e Giulietta, Sogno di una notte di mezza estate, Amleto), Omero (Iliade e Odissea) e Kakfa (Metamorfosi), dove le maschere si sono sostituite alle figure animate e la scenografia, la musica e le parole sono diventate, ancora di più, parti integranti del fare teatro.

La commozione per Omero. Del resto processo di ricerca e crescita sono stati una costante nella vita della regista lucchese. «Da piccola – racconta – uno dei miei piaceri più grandi era andare a letto e leggere. Leggevo per fantasticare, per andare in altri mondi e immaginarli più comprensibili del mio. Alle medie ho letto i classici, alla ricerca, questa volta, di un mondo di spessore che mi emozionasse e mi guidasse. Un passo dell'Iliade di Omero mi commosse a tal punto che piansi, in classe, davanti ai miei compagni. Che mi presero in giro, ma furono redarguiti dall'insegnante che, rimproverando loro, indirettamente si complimentò con me per quello che avevo sentito».

Carmelo Bene. L'incontro con il teatro, però, arrivò per caso, qualche anno dopo a Roma, dove era in vacanza con amici. «Una sera – ricorda la regista – andammo in una cantina a vedere uno spettacolo. Era il Don Chisciotte con Carmelo Bene. Stupefacente, mi rimase dentro lo stomaco per giorni. Capii che volevo fare teatro, non sapevo ancora in che modo e in che forma, ma quella era la mia strada».

Nasce la compagnia. Iniziò, per lei, un lungo percorso di ricerca per trovare la sua forma di teatro. Laboratori e corsi, prima da allieva, poi da insegnante. Esperienze, prove, tentativi. E poi l'incontro con Graziano Gregori, scenografo, che diventò suo compagno di vita e di lavoro. Nel 1983 fondarono la compagnia, lei regista, ormai con una solida formazione e le idee chiare, lui a creare le scene. Il loro sodalizio artistico non si è mai interrotto, anche dopo la fine della relazione.

La creatività. Maria Grazia non esita a definire il teatro la cosa più bella della sua vita, dopo gli affetti. «Ho patito tanti giorni di stress – dice – ma non è niente in confronto a quello che il teatro mi ha dato e mi dà: la libertà di leggere qualcosa e poi interpretarlo con la mia mente, realizzando una drammaturgia senza stravolgere lo spirito dell'opera. E non c'è niente di più bello dell'attimo della creatività, quando in un passaggio difficile, ostico, dopo ininterrotti e apparentemente inutili sforzi di pensiero, arriva la soluzione».

Il potere. Come regista e donna, però, Maria Grazia sente di aver pagato un prezzo alto. «Non mi piace il potere, non m'interessa né esercitarlo né, soprattutto, subirlo - conclude –, ma ho dovuto usarlo per dirigere, rimproverare, imporre. Azioni che non mi hanno entusiasmato. Non è nella mia natura. Sono convinta che oggi molte donne stiano equivocando: per non essere schiacciate si comportano virilmente, inseguendo quel potere senza seguire, invece, una propria strada. Alla fine non sanno più cosa siano l'umiltà, la grazia e la fermezza, quello che serve, a mio parere, per avere autorevolezza e non subire».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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