Il Tirreno

Lucca

Il Ligabue mai visto nella mostra al Lu.C.C.A.

di Paola Taddeucci

In esposizione fino al 9 giugno alcuni tra i lavori più forti dell’artista italo-svizzero Il pezzo forte sono due quadri per la prima volta visibili al pubblico

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LUCCA. Le tigri dalle fauci spalancate, i galli in combattimento, l'aquila che cattura una colomba, i cavalli imbizzarriti, i gorilla assassini. Ecco il bestiario fantastico e inquietante di Antonio Ligabue, il più selvaggio, strano, solitario e imprevedibile artista del Novecento italiano.

Da oggi le sue grandi capacità tecniche e la dirompente forza espressiva arrivano nelle sale del Lu.C.C.A, il museo di via della Fratta che ci ha ormai abituato ai grandi nomi dell'arte. L'esposizione dedicata a Ligabue, in calendario fino al 9 giugno, presenta ottanta opere dell'artista italo-svizzero - nato a Zurigo nel 1899 e morto a Gualtieri, in Emilia, nel 1965 - tra dipinti, sculture, disegni e incisioni, tutti provenienti da collezioni private. Tra i quadri ci sono tre inediti il cui proprietario – originario di Gualtieri, il paese dove Ligabue trascorse gran parte della sua tormentata vita – ha concesso per la prima volta ad un'esposizione.

Ma quasi mai visti, per il contenuto forte, sono altri due dipinti: il primo, risalente al 1957-58, raffigura due gorilla che uccidono una donna, mentre il secondo, del 1929-30, è uno dei due nudi di donna realizzati in tutta la vita da Ligabue che - nato da un'italiana emigrata, fu da lei abbandonato quando aveva due anni e poi lasciato anche dalla madre affidataria - odiò quasi tutto il genere femminile. Anche le venti sculture in mostra – meno conosciute, ma altrettanto potenti e dirompenti - sono una vera rarità. Sono nate sulle rive del fiume Po, nelle campagne e nelle nebbie intorno a Gualtieri, dove Ligabue vagabondò per anni, vivendo come un barbone, dopo essere stato espulso dalla Svizzera per comportamenti aggressivi e maniacali e alternando ricoveri in manicomio. Ligabue scoprì che con il fango argilloso alzato dalle ruote dei carri, quando passano sulle piste di terra battuta, poteva dar vita agli animali, unici suoi compagni di vita. Ligabue prendeva il fango, lo masticava per farlo diventare duro e poi, con uno stecchino appuntito, lo modellava: venti minuti per dare corpo alle sculture, durante i quali imitava il verso dell'animale che stava creando, con tale coinvolgimento da spaventare chi si trovava nelle vicinanze.

«Urla e gemiti inquietanti – sottolinea Maurizio Vanni, curatore della mostra - che non solo lo fanno sentire in piena sintonia con l'essenza della belva, ma che, con un'azione di auto-identificazione, lo fanno immedesimare in essa attraverso i suoi stati d'animo più primitivi e randagi». Ligabue scolpì dall'inizio degli anni Trenta fino al 1954, poi abbandonò quasi per sempre questa tecnica. In mostra, inoltre, ci sono soltanto due dei dieci quadri più celebri del pittore: un autoritratto e la testa di tigre. «Una scelta voluta – spiega Vanni – perché vogliamo raccontare un altro Ligabue da quello etichettato per anni come matto, naif, espressionista. Divenne famoso, ma solo perché era di moda. In realtà il suo è un caso pittorico-artistico ancora tutto da rivedere e raccontare: la sua cosciente follia, la sua istintività primitiva, il suo lasciarsi trasportare da eccessi emotivi lo hanno reso unico nel panorama delle arti visive del secolo scorso». La mostra è aperta dal martedì alla domenica in orario 10-19, ingresso 7 euro.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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