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«Io, odiato e rifiutato dai lucchesi»
Parla Lilio Giannecchini, il partigiano aggredito. Non si dà per vinto: continuerà a raccontare la Resistenza nelle scuole
LUCCA. «Sono il reietto dei lucchesi. Un uomo abbattuto, finito. Mi hanno dato del ladro, mi hanno cacciato dall’istituto storico della Resistenza. Ho ferite dentro che non si rimargineranno mai. E il più grande dolore per me, anche in questi giorni in ospedale dopo l’aggressione, non è per le botte ricevute, ma al pensiero di quando incontro persone che sono state al mio fianco e che ora si voltano dall’altra parte per non salutarmi, di tutte le ipocrisie dette su di me».
Nella sua camera del reparto di neurochirurgia all’ospedale di Cisanello, dove è stato operato di craniotomia a seguito delle mazzate in testa di domenica, Lilio Giannecchini, 87 anni, il comandante partigiano Toscano, è un fiume in piena. Lucido, lo sguardo pronto ma triste; sul volto e sulla testa i segni della violenza. Esile e determinato.
Comincia col ripercorrere i momenti dell’agguato nel cortile della Casa del clero in via San Nicolao, dove alloggia da otto anni. «Ero appena entrato con l’auto, avevo aperto il cancello col telecomando che ho lasciato nel cruscotto. Sono uscito di macchina - racconta - ho imboccato il vialino verso il giardino della residenza. Mi è arrivato il primo colpo in testa. Ho pensato che mi fosse caduto qualcosa addosso, per questo ho alzato lo sguardo. Ho visto la sagoma di un uomo alto, robusto, con il volto coperto da un passamontagna. Ha continuato a colpirmi. Alla terza mazzata mi sono gettato a terra, lui ha cercato di bloccarmi le gambe e io con una gli ho sferrato un calcio nei genitali», continua Giannecchini.
A quel punto, prosegue, «dal marsupio ancora aperto perché dovevo metterci le chiavi, è uscito il portafogli. L’aggressore mi ha dato l’ultimo colpo, poi lo ha raccolto ed è fuggito. Ma come poteva sapere che da quel cortile con il muro alto si esce solo premendo un pulsante che conoscono in pochi?». I contorni sembrano quelli di un’aggressione, di un pestaggio sfociato in rapina. Ma Giannecchini non esclude la pista politica. «Negli ultimi anni - racconta - ho ricevuto almeno sei lettere con l’immagine del fascio repubblicano e la scritta “a presto”. Io ci ho sempre fatto poco caso, le ho strappate e via».
Tra pochi giorni Giannecchini uscirà dall’ospedale. Quali sono i suoi progetti? «Continuare il lavoro di ricerca storica, correggere le falsità scritte da altri. E portare la mia testimonianza nelle scuole. Io sono fedele alla Resistenza, e morirò così».
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