Attenzione
La beffa dei ricongiungimenti onerosi
A Lucca già 300 le persone che hanno fatto richiesta per sapere quanto dovranno pagare per spostare i contributi all’Inps
LUCCA. Hanno già pagato, e tanto. Ma se ora vogliono che quei contributi vadano a pesare sull’importo della tanto attesa pensione Inps devono sborsare di nuovo un sacco di soldi: in genere dai 20 ai 60mila euro e anche oltre. Dipende dai casi e da quello che deciderà il governo con la legge di stabilità (ne parliamo a fianco). A Lucca sono già 300 le persone che hanno fatto richiesta per sapere a quanto ammonta il salasso. Sono le vittime degli ormai famigerati ricongiungimenti onerosi: lavoratori che nel corso degli anni hanno cambiato lavoro versando contributi in gestioni previdenziali diverse da quella generale. La legge dà loro la possibilità di riunire tutti i periodi contributivi allo scopo di ottenere una sola pensione.
Ma qui salta fuori un diabolico inghippo: fino al 30 giugno 2010 la ricongiunzione nel fondo pensioni lavoratori dipendenti (Fpld) dell’Inps avveniva senza oneri per il richiedente mentre dal 1° luglio 2010 tale operazione è diventata onerosa per (de)merito di una legge dell’allora governo Berlusconi. «I più penalizzati sono i dipendenti pubblici – spiega Libero Seghieri del patronato Inac di Lucca – Chi ha fatto il coltivatore, l’artigiano o il commerciante ha avuto una gestione alternativa in cui le aliquote previdenziali sono più basse rispetto al 33% che si paga nel regime generale. Per portare quei contributi sotto l’Inps è chiaro che si deve pagare un onere. Diverso è il discorso per chi ricongiunge dall’Inpdap (ente previdenziali degli statali, ndr): innanzi tutto il passaggio non comporta alcun benificio pensionistico e le aliquote versate sono pari se non superiori a quelle del regime principale. Per gli ex-statali dover pagare è assurdo».
Sin dal 1958 il ricongiungimento per chi aveva gestioni diverse era previsto d’ufficio: «Magari proprio automatico non era – prosegue Seghieri – Se uno non lo chiedeva i contributi rimanevano fermi, silenti. Ma bastava far domanda e il ricongiungimento avveniva senza oneri per il richiedente». Ora, invece, ci si trova nella paradossale situazione che per godere di contributi previdenziali che sono già stati versati, talvolta anche in misura superiore, bisogna di nuovo pagare. Una sorta di perfidia legislativa che non trova alcuna spiegazione se non quella di far cassa.
Le cifre, come detto, sono alte. «Dipende da una serie di fattori e di coefficienti – spiega Giuliano Testi, responsabile del settore pubblico impiego di Inac – Il meccanismo è molto simile a quello utilizzato per riscattare gli anni dell’università: più o meno si calcola il 33% della attuale retribuzione e lo si moltiplica per il numero di anni in questione. L’unica differenza è che in questo caso i contributi sono già stati ampiamente versati».
In pratica, si parla di 5mila euro l’anno per dipendenti a basso reddito e di cifre assai superiori per chi guadagna di più. Una signora di San Vito che ha lavorato come bidella per una cooperativa pubblica per 4 anni e mezzo, ad esempio, si è vista chiedere 22.730 euro per spostare i suoi contributi da Inpdap a Inps. Una sua collega di Santa Mara a Colle, invece, dovrà sborsare 25.777 per i sette anni che vorrebbe ricongiungere. «Si tratta di richieste talmente onerose che quasi nessuno accetta di pagare – spiega Seghieri – Anche perché oltre alla cifra elevata c’è la forte percezione di esser vittime di un’ingiustizia».
Molti dunque, non ricongiungono e decidono a malincuore di intraprendere la strada della “pensione in totalizzazione”. «Chi opta per questa soluzione potrà andare in pensione all’età di 65 anni ma il suo assegno mensile sarà calcolato solo ed esclusivamente con il sistema contributivo che penalizza fortemente gli importi per chi ha retribuzioni medio basse: circa il 30% in meno».
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