Il Tirreno

Lucca

Quaranta commesse rischiano il posto

di Gianni Parrini
Quaranta commesse rischiano il posto

Nuove norme sui contratti di associazione in partecipazione: alcuni negozi stabilizzano, altri licenziano. Boom di vertenze

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LUCCA. Quaranta commesse sull’orlo del licenziamento e una sfilza di vertenze in arrivo per i titolari di alcuni esercizi commerciali di Lucca. Un piccolo terremoto è in corso nel centro storico della città delle Mura. A causarlo sarebbe la riforma del lavoro firmata dal ministro Elsa Fornero, che ha modificato la disciplina per l’applicazione dei contratti di associazione in partecipazione. Si tratta di una tipologia contrattuale piuttosto diffusa nel commercio, in particolare presso aziende che hanno grandi reti di vendita organizzate direttamente o in franchising. In pratica, il titolare del negozio (l'associante) attribuisce a una commessa (l'associato) il diritto a una partecipazione agli utili della propria impresa. Da un punto di vista formale, non è un rapporto subordinato per cui il “socio debole” ha pieno diritto di stabilire i propri orari di lavoro, di prendersi le ferie e i periodi di malattia e soprattutto parte degli utili dell’impresa. Nell’attività quotidiana, però, questo tipo di contratti viene stipulatoin maniera fittizia ed è utilizzato per mascherare veri e propri rapporti di lavoro dipendente sgravando il titolare di tutti gli obblighi retributivi, contributivi e normativi stabiliti dalla legge. «All’inizio ti dicono che puoi prendere decisioni e organizzarti gli orari insieme ai colleghi – racconta Eleonora, che fino a qualche settimana fa lavorava in un negozio del centro con questo contratto – Nella realtà, però, le cose sono ben diverse: prendevo 1.200 euro al mese e questo indipendentemente da giorni e orari di lavoro. Domeniche, aperture notturne, giorni di festa lavorati e straordinari non entravano nello stipendio o meglio nell’acconto di bilancio. La divisione degli utili a fine anno? Ti danno un assegno con qualche centinaio di euro. E se ti azzardi a chiedere qualcosa peggio per te». Altro che rendiconto dell’attività! Per non parlare delle ferie e dei giorni liberi: «Una volta ho provato a chiedere – prosegue Eleonora – un cambio di turno ma non me lo hanno accordato. Poi la scorsa settimana sono stata chiamata in ufficio. “Ti dobbiamo parlare”, hanno detto. Finito il turno sono andata da loro e mi hanno consegnato la lettera di licenziamento senza tante spiegazioni. “Vogliamo gente che ha voglia di lavorare”. Sono uscita mortificata: dopo tre anni che lavoravo lì, non me l’aspettavo un simile trattamento. Ora mi ritrovo a casa, senza mobilità o tfr».

Quello di Eleonora non è un caso isolato: «Solo stamattina abbiamo avuto cinque lavoratrici che hanno chiesto di fare vertenze per situazioni analoghe – spiega Massimiliano Bindocci della Cgil – Perché tutti ora? Colpa o merito della Fornero. Dal 18 luglio è entrata in vigore una nuova norma che con l’intenzione di diminuire l’abuso di questi contratti ha messo dei paletti al loro utilizzo. Alcuni negozianti hanno colto l’occasione per stabilizzare il personale. Molti altri, invece, hanno deciso di licenziare». La “nuova” legge 92 stabilisce che il numero di associati non può essere superiore a tre in una medesima attività (eccezion fatta per alcuni casi). Ma a inquietare i titolari dei negozi è soprattutto il comma 30 dell'articolo 1: stabilisce che al contratto di associazione in partecipazione si applica la presunzione di rapporto subordinato a tempo indeterminato se l'attività non richiede «competenze teoriche di grado elevato acquisite attraverso significativi percorsi formativi». L’attività di commesso non ha queste caratteristiche. In teoria, quindi, tutti i contratti applicati a queste figure non sarebbero a norma e il personale dovrebbe essere stabilizzato. Ma il punto debole della riforma secondo alcuni esperti è la mancanza di incentivi per la stabilizzazione dei dipendenti.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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