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Niente soldi ai lavoratori della Panem

Niente soldi ai lavoratori della Panem

Pagata solo la prima parte dell’acconto sul Tfr. L’assessore Bambini: «Temo che salti il concordato e la ditta fallisca»

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ALTOPASCIO. Non arrivano i soldi per i lavoratori della Panem in cassa integrazione. Per ora pagato solo la prima parte dell’acconto sul Tfr (mille euro su 4mila totali) previsto dall’accordo siglato a luglio, mentre non c’è traccia dei 1.300 che dovevano essere saldati il entro il 15 ottobre. Intanto, gli operai rimangono in attesa della decisione del tribunale di Monza. Martedì si terrà una riunione molto importante alla presenza dei rappresentati del tribunale. «Sono molto preoccupato per questi ragazzi», dice l’assessore provinciale alle attività produttive Francesco Bambini, che ha seguito la vertenza Panem fin dall’inizio, quasi un anno fa, quando il Gruppo Novelli dichiarò la cessazione della produzione nello stabilimento di Altopascio. «Temo che il concordato salti, che la Panem dichiari il fallimento, portandosi dietro tutto il gruppo. La soluzione peggiore per gli operai», conclude l’assessore.

In caso di fallimento, infatti, ai lavoratori non verrebbe riconosciuto l’incentivo all’esodo inserito nell’accordo raggiunto a luglio, dopo mesi di tensioni e trattative. Lo stesso accordo che aveva provocato enormi polemiche, diviso i lavoratori, causato le dimissioni delle Rsu e che la Provincia non aveva firmato.

Le notizie che arrivano dall’Umbria, dove il Gruppo Novelli-Nuova Panem ha il quartier generale, oltre a diversi siti produttivi, non sono rassicuranti: scioperi e Spoleto e Terni, stipendi non pagati, sindacati sul piede di guerra e il ministero dello sviluppo economico che convoca le parti a Roma, comprese le banche che si rifiuterebbero di aprire nuove linee di credito.

Tutto ha avuto inizio nell’estate del 2011, quando la Novelli ha acquistato la Panem, storico marchio del pane di Altopascio, con l’impegno di rilanciare un’azienda da tempo in difficoltà. Ma in poco tempo la situazione era peggiorata, fino ad arrivare alla sospensione della produzione, agli inizi di dicembre, alla quale gli operai avevano immediatamente risposto con un presidio permanente. Alla fine di giugno l’accordo firmato da azienda e sindacati, dopo non polemiche, che avevano finito per spaccare il fronte dei lavoratori. L’accordo prevedeva l’integrazione della proposta concordataria (sulla quale era stata fondata l’ammissione al concordato preventivo da parte del tribunale di Monza e sottoposta al vaglio degli organi tutori), l’impegno della società ad erogare un incentivo all’esodo di 4000 euro lordi a favore dei dipendenti in forza al momento della domanda e in proporzione alla permanenza nella cassa integrazione straordinaria (1000 euro lordi con il cedolino di luglio, 1300 con il cedolino di settembre e 1700 con quello di dicembre), commesse per 40 quintali al giorno di media, per poter garantire un’adeguata fase di start up nel caso in cui un imprenditore si dovesse mostrare interessato a rilevare l’azienda.

Arianna Bottari

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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