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Cinghiali scatenati mettono in ginocchiole aziende agricole

Cinghiali scatenati mettono in ginocchiole aziende agricole

Nuovo allarme della Coldiretti: «C’è persino chi ha smesso di coltivare, ormai gli ungulati entrano dentro le case»

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CASTELNUOVO. «O noi, o loro. Se nessuno fa qualcosa resteranno solo i cinghiali, i daini e i cervi perché noi non ce la facciamo più». C’è chi ha smesso di coltivare, chi si è rassegnato a chiedere il risarcimento dei danni ogni anni all’Ambito territoriale di caccia e chi ha provato con i recinti elettrici che a volte funzionano, ma spesso no. Sono tutti esasperati, delusi e, ancora peggio, disillusi dal fatto che qualcuno, a questo punto, possa risolvere una situazione che ha superato ogni confine di pazienza. I cinghiali sono un’emergenza di proporzioni enormi da trattare con azioni straordinarie. Mangiano, devastano, distruggono, scardinano strutture, muri a secco, si riproducono a velocità incredibili e non temono più nemmeno l’uomo tanto da spingersi tra le case, nei giardini, a pochi passi dai tavoli della cucina.

A lanciare l’ennesimo allarme è Coldiretti. «Resteranno solo cinghiali e cervi nelle campagne perché le aziende agricole si sono stufate di seminare per non raccogliere niente; siamo diventati, senza volerlo, i principali foraggiatori dei cinghiali – spiega Dina Pierotti, presidente provinciale Coldiretti – E’ palese che le azioni fino a qui intraprese non hanno funzionato, oppure, hanno funzionato davvero male. I danni sono in continuo aumento nonostante gli abbattimenti e i prelevamenti. La devastazione è all’ordine del giorno, gli agricoltori subiscono perdite pesantissime».

Un’emergenza diffusa che non risparmia nessuna produzione, dal farro al fieno, dalle viti al granoturco, e che tocca dalla piana alla Garfagnana. Le testimonianze raccolte da Coldiretti arrivano da ogni angolo del territorio e raccontano di situazioni di esasperazione. «Non possiamo più seminare niente. Siamo stati costretti a recintare i vigneti per proteggere quel poco di uva che c’era – spiega Paolo Bocchi dell’azienda agricola omonima – era l’unico modo per difendersi anche se poi hanno trovato il modo, prima della vendemmia, 3 settimane fa, di entrare. L’ultima volta ho contato una trentina di animali». L’azienda di Bocchi si trova in località Corubbio, nel Comune di Minucciano, e produce anche farro e grano: «Per il farro è andata meno peggio, ma per il grano è stata un disastro: abbiamo avuto una mancata produzione del 50% - spiega ancora – i danni sono allucinanti. Abbiamo chiesto anche abbattimenti mirati, ma dicono che non si possono fare». Si trova in località Castelletto, nel Comune di Giuncugnano, l’azienda di Paola Bertolini che produce farro: una posizione che la espone ai continui raid dei cinghiali. L’azienda è, praticamente, stritolata tra il Parco Nazionale Appennino e il Monte La Fratta, due zone dove non è possibile cacciare e dove gli ungulati si rifugiano per scappare dai cacciatori. «Dal 2008 non si vive più – testimonia Renzo Amari – seminiamo e raccogliamo danni. Lo scorso anno per la prima volta ho avuto anche danni alla semina: hanno buttato all’aria tutto». Nella zona di Careggine hanno trovato cerchi nel grano: «Non è opera degli Ufo – spiega Ernesto Corsi dell’azienda agricola Matteo Corsi – abbiamo trovato situazioni da mettersi le mani ai capelli con ettari di pascolo messi sotto sopra. Sono stati capaci di fare dei buchi anche di 3 metri di diametro per 30 centimetri di profondità. In alcune zone è impossibile andare con il trattore. Sembra un bombardamento». A Fosciandora la situazione non è diversa: «Ogni anno è sempre peggio – racconta Gabriele Da Prato, titolare del Podere Concori – le nostre uve se le mangiano i cinghiali».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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