Il dolore
Sull’Imu non si fanno sconti a nessuno
L’aliquota sulla prima casa resta allo 0,4%. In pratica, ci sarà da pagare una seconda rata dello stesso importo della prima
LUCCA. L’Imu sulla prima casa rimane allo 0,4%. Manca ancora l’ufficialità dell’approvazione da parte del consiglio comunale ma con l’approvazione della pratica in giunta la strada sembra ormai segnata. Nessun aumento, quindi, ma nemmeno nessuno degli sconti che erano stati annunciati ad aprile, in piena campagna elettorale, quando la coalizione di centrosinistra aveva parlato di applicazione della tariffa minima per la prima casa, che a termini di legge è dello 0,2%. In pratica, invece, la situazione rimane immutata e in pratica ci si troverà a pagare una seconda rata dello stesso importo della prima.
3,99 milioni di euro: è questa la stima delle entrate per le casse comunali dall’Imu sulla prima casa e dall’amministrazione fanno notare che lo 0,4% attuale è comunque inferiore allo 0,45% stabilito dalla giunta Favilla nel 2008 quando era ancora in vigore l’Ici. Senza contare che, secondo la speciale classifica stilata dal Sole 24 Ore, Lucca è la città italiana con le rendite catastali più basse per gli immobili residenziali.
Se l’imposta per la prima casa rimane immutata, sale invece quella per le seconde case anche se vengono fissate soglie diverse da applicare a casi differenti. La regola generale è che le seconde case sfitte, e che quindi rimangono vuote per la maggior parte dell’anno, avranno un’aliquota dell’1,06%. Si pagherà meno invece per tutte le seconde case affidate in locazione: 0,96% se affittate a canone di libero mercato e 0,76% se affittate a canone concordato. Il risultato sarà che la maggior parte dei lucchesi dovrà pagare una seconda rata più alta rispetto alla prima per quanto riguarda le seconde case. Infine, si è scelto di estendere l’aliquota dello 0,76% anche a quelle unità immobiliari che sono adibite a sale cinematografiche o teatrali. Sconti in vista invece per tutti i proprietari di terreni edificabili che si trovano in Utoe ormai sature di tutte le destinazioni d’uso e che quindi di fatto non possono costruire. Una norma di civiltà che il centrosinistra in passato aveva invocato più volte dai banchi dell’opposizione e che consentirà di risparmiare soprattutto in questa fase di transizione prima dell’approvazione del nuovo piano strutturale. Nel dettaglio, se un’area fabbricabile si trova in una zona in cui non è più possibile costruire per nessuna destinazione d’uso (commerciale/direzionale, ricettivo, produttivo, servizi locali/sovracomunali) il valore venale viene moltiplicato per il coefficiente 0,1 e quindi il proprietario dovrà pagare appena il 10% dell’imposta dovuta in condizioni normali. Per i terreni in cui è ammessa solo la destinazione d’uso commerciale/direzionale, il coefficiente per ottenere il valore venale è 0,4 e sale a 0,5 se la capacità edificatoria residua ammette le finalità commerciale-direzionale e ricettiva. Infine si moltiplica per 0,6 quando sono ammesse destinazioni commerciali-direzionali, ricettive, servizi locali e sovracomunali.
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