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Mandato al governatore Rossi di opporre un secco no

di Paola Taddeucci

LUCCA. Una mobilitazione diffusa. Che unisce piccoli e grandi, sindaci e sindacati, cittadini e istituzioni. E' quella nata ieri mattina nell'incontro in Provincia contro i tagli decisi da Poste...

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LUCCA. Una mobilitazione diffusa. Che unisce piccoli e grandi, sindaci e sindacati, cittadini e istituzioni. E' quella nata ieri mattina nell'incontro in Provincia contro i tagli decisi da Poste italiane che nel suo piano di riorganizzazione nazionale ha previsto per la Lucchesia la soppressione di 22 uffici postali e la riduzione di 46 postini. Una cura dimagrante che porterebbe ad avere complessivamente 70 posti di lavoro in meno.

Sarà l’amministrazione di Palazzo Ducale a coordinare le iniziative e a farsi portavoce della protesta. La prima occasione potrà essere giovedì, alla riunione che il governatore Enrico Rossi è riuscito a ottenere con i vertici delle Poste per discutere dei tagli previsti dall'azienda in tutta la regione. I sindaci, i parlamentari, i consiglieri regionali, i rappresentanti sindacali e gli altri amministratori locali presenti all'incontro hanno concordato nel chiedere alle Poste, tramite Rossi, di fermare immediatamente il piano di riorganizzazione e di aprire un confronto a livello territoriale.

Unanime il punto di partenza: un piano di riorganizzazione non può essere costruito prendendo in considerazione solo i parametri costi e ricavi. Massimo Betti, sindaco di Bagni di Lucca - dove la scure dovrebbe colpire in modo molto duro - va oltre. «Per servizi come le poste o la scuola, ma se ne possono aggiungere altri – dice – la razionalizzazione è sbagliata come concetto e finisce per devastare i nostri territori e il nostro patrimonio culturale e storico. Servizi del genere non si possono accentrare in grandi strutture che alla fine diventano pachidermi non redditizi. La ricchezza è nel territorio, che va coperto e salvato, o muore. Invece di combattere l'emorragia di cittadini, si stanno togliendo tutti i servizi, così che non rimane più niente. Una battaglia politica: non ci si deve accontentare di salvare un ufficio postale. Bisogna agire perché ci sia un'inversione generale, altrimenti la prossima volta siamo da capo e quello che si salva oggi verrà minacciato domani».

Anche la battaglia sindacale, partita con lo stato di agitazione dal 19 luglio, ha fatto suoi questi concetti. «Non si tratta solo di difendere i posti di lavoro – dicono Cisl e Cgil – ma del mantenimento del servizio pubblico in zone dove la presenza del presidio postale è condizione essenziale di vivibilità per una popolazione prevalentemente anziana e già priva di altri servizi che caratterizzano aree più densamente popolate». «Insieme con le amministrazioni locali – concludono Cisl e Cgil – siamo pronti a un confronto serio».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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