Proteste
Spariti tre chili d’oro, impiegata nei guai
Smascherata dalle telecamere cinquantenne che tarava per difetto i sistemi di pesatura del laboratorio in centro storico
LUCCA. Era diventata la «signora degli anelli». Perché nel periodo che va dalla metà del 2011 sino all’inizio del 2012 una cinquantenne impiegata di un laboratorio orafo cittadino per l’accusa è riuscita a sottrarre all’azienda in cui lavorava da oltre dieci anni circa tre chili di piccole fedi d’oro per un valore che si aggira sui 120mila euro. Anelli, del peso di una decina di grammi ciascuno, che si portava via eludendo i controlli interni in un modo assai ingegnoso: alterando il peso della bilancia per carati utilizzata nella ditta orafa. Così facendo risultava che l’oro grezzo, le fedi ancora da lavorare, avevaun peso inferiore e lei poteva impossessarsi della differenza: solitamente una decina di grammi, l’equivalente di un piccolo anello. Logico che ogni operazione veniva registrata e lei stessa provvedeva a scrivere su ogni oggetto d’oro il peso, la caratura, la qualità. A smascherarla sono stati proprio i titolari dell’azienda. Tramite i registri e soprattutto attraverso le telecamere a circuito chiuso all’interno del laboratorio. La donna - sposata e residente a Monsummano - è stata messa di fronte alle proprie responsabilità, denunciata alla procura per truffa e licenziata dal lavoro.
I fatti. Nei guai è finita un’insospettabile impiegata modello. Infaticabile sul lavoro, sempre disponibile e che aveva la completa fiducia dei superiori. Ogni mattina prendeva l’auto o il treno e da Monsummano arrivava a Lucca dove, in centro, si trova il laboratorio orafo artigianale. Per la procura della Repubblica - l’indagine è stata affidata alla polizia giudiziaria dei carabinieri - appena arrivavano gli anelli d’oro lei provvedeva all’operazione di pesatura utilizzando appositi vassoi dove si trovavano sistemati una accanto all’altra le fedi. Il contenitore, quasi sempre in legno, veniva poggiato sulla bilancia elettronica e a quel punto con una semplice operazione di sottrazione (peso lordo meno la tara) si conosceva esattamente la grammatura dell’oro.
Bilancia tarata. Alterando di pochi grammi il processo della pesatura - di cui si occupava personalmente e spesso da sola - l’impiegata del laboratorio orafo riusciva a portarsi a casa un anello del valore di 400 euro. Un oggetto prezioso che poi, presumibilmente, veniva rivenduto. Dalle indicazioni fornite dal titolare del laboratorio orafo e dopo i primi sommari riscontri i carabinieri della polizia giudiziaria pare che in meno di un anno siano stati sottratti quasi tre chili d’oro. Tutti sottoforma di anelli.
Indagini chiuse. In sede di revisione annuale, tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012, i responsabili dell’azienda orafa si accorgono che i conti non tornano. Mancano circa tre chili di metallo nobile. A quel punto iniziano a sospettare di qualche dipendente infedele. Ma non sospettano minimamente che l’autore delle misteriose sparizioni degli anelli sia quell’impiegata modello tutto casa e famiglia. A inchiodarla alle proprie responsabilità l’immagine di una telecamera interna e soprattutto alcuni biglietti che portano la sua firma. La donna viene chiamata a rapporto e messa alle strette in lacrime finisce per confessare, almeno in parte, gli ammanchi. Oltre al licenziamento scatta anche la denuncia. La pg dei carabinieri, delegata dalla procura, effettua una serie di accertamenti sentendo una dozzina di persona e arrivando alle stesse conclusioni dei titolari dell’azienda orafa. L’inchiesta è conclusa e adesso la palla passa al gip che deciderà sul rinvio a giudizio.
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