Il Tirreno

Lucca

Commercio, quattro mesi “neri”

di Barbara Antoni
Commercio, quattro mesi “neri”

Calano le ore di lavoro. Per avere prestiti alcuni imprenditori si rivolgono a usurai e chiromanti

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LUCCA. Quattro mesi “neri”, con un ricorso massiccio alla cassa integrazione in deroga e tante imprese ancora in sofferenza, con l’acqua alla gola, in attesa che le banche riaprano i rubinetti del credito. Vedendosi negare prestiti dalle banche, ci sono imprenditori disperati al punto da mettersi nelle mani di persone poco trasparenti, pur di mantenere in piedi l’azienda. Usurai e addirittura maghi o chiromanti.

Un quadro a tinte fosche per il commercio. Così lo tratteggia Roberto Perna, vicedirettore di Confcommercio. Il dato del ricorso alla cassa integrazione in deroga, dal primo gennaio al 30 aprile 2012 riporta un monte ore più che doppio rispetto a quello di tutto l’anno precedente: 143mila contro 69mila. Nel 2012 finora hanno fatto ricorso alla cassa in deroga (che scadrà a fine anno) 76 aziende; nei dodici mesi del 2011 vi erano ricorse in 101, sempre del comparto commercio turismo e servizi.

L’impennata ha motivi precisi, spiega Confcommercio: invece che ridurre le ore lavoro, più spesso le aziende negli ultimi mesi le hanno azzerate, coprendole per intero con la cassa.

Ma altre imprese continuano a essere in difficoltà, tante saracinesche continuano ad abbassarsi, tanti negozi a chiudere: basta guardarsi intorno, anche nel centro storico.

Da una parte la difficoltà dell’accesso al credito, ribadisce Perna, al punto di indurre più imprenditori a rivolgersi a canali di prestito non ordinari e pericolosi. «In momenti di particolare sofferenza - continua il vicedirettore di Confcommercio - tornano in auge metodi di reperimento di cifre necessarie per proseguire l’attività che sembravano scomparsi. Per disperazione, c’è chi si avvicina perfino a usurai e chiromanti».

Parallela «a una contrazione dei consumi forte, senza inversione di rotta», come sottolinea anche il direttore di Confesercenti Emanuele Pasquini, i negozi devono fare i conti con canoni di affitto dei fondi che si mantengono su livelli diventati proibitivi. Tanto che «anche i negozi in franchising cominciano a chiudere - rivela Perna - perché i costi, per un esercizio commerciale, sono diventati troppo alti, mentre il flusso di persone in centro è calato. I motivi? Un centro poco accessibile, parcheggi a pagamento e poco serviti per arrivare in centro. Anche il prezzo troppo elevato del carburante, il 20 per cento in più dell’anno scorso, a nostro avviso, ha influito sul calo di visitatori nel centro storico».

«Se vogliamo dare una mano ai negozi - dice il direttore di Confesercenti - occorre ridurre gli oneri di impresa. Per questo, appena incontreremo il nuovo sindaco Alessandro Tambellini gli chiederemo di ripensare la percentuale di Imu sui fondi commerciali: la nostra proposta è di equipararla a una prima casa. Anche se spesso non è il commerciante a pagarla, il suo importo ricade indirettamente sull’attività. E chiederemo anche almeno di non aumentare le altre imposte sui negozi, dalla Cosap all’imposta della pubblicità: interventi del genere vanno considerati oggi strumenti di sviluppo».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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