Il dolore
Pensioni da fame per chi si ammala
I giovani che non possono più lavorare per patologie o incidenti gravi riscuotono anche meno di 100 euro al mese
LUCCA. C’è un parrucchiere, ad Altopascio, di 25 anni. E’ stato colpito da una malattia grave, invalidante. Non può più lavorare. Ha versato contributi per 7 anni e ora ha diritto alla pensione: 79,26 euro al mese. C’è un operaio a Porcari che ha lavorato per alcuni anni. Fino a quando un incidente stradale gli ha reso impossibile continuare il mestiere. L’Inps gli ha riconosciuto la pensione: 59,66 euro al mese.
Il parrucchiere, l’operaio e altre decine di giovani non prenderanno mai pensioni più alte, anche se non possono più lavorare per malattie gravi o incidenti. E’ l’effetto - denuncia l’Inac che segue questi casi - delle pensioni calcolate con il sistema contributivo che oltre a decurtare le pensioni per i redditi medio-bassi, ha cancellato l’integrazione della pensione al minimo.
L’allarme sociale. Per nessun lavoratore che sia stato assicurato, per la prima volta, dopo il 1° gennaio 1996 è prevista l’integrazione della pensione al minimo, 480 euro al mese che possono diventare 617 euro con alcune maggiorazioni sociali. «I primi effetti devastanti - spiega Libero Seghieri, direttore di Inac - si vedono sui giovani lavoratori, con pochi anni di contribuiti che, a causa di malattie invalidanti o incidenti stradali, non possano più lavorare. Ma moltiplicando questi valori per una vita lavorativa media, si vede che molti prenderanno, in base agli stipendi attuali, pensioni di 300 euro al mese. Senza possibilità di integrazione». Un po’ meglio - prosegue il direttore dell’Inac - andrà ai giovani con un reddito da lavoro dipendente, iscritti da subito all’Inps o a una cassa professionale «ma non certo a chi per anni ha svolto lavori in regime di precariato o è iscritto alla gestione speciale dell’Inps».
I casi. Sono decine i casi di pensioni da fame che già si sono presentati all’Inac. Ora, infatti, cominciano ad aver maturato alcuni anni di contributi i giovani nati negli anni Ottanta, investiti in pieno dalle nuove regole del sistema previdenziale contributivo. Le cifre sono drammatiche. Una ex parrucchiera di Capannori, dopo 6 anni di contributi si è trovata nell’impossibilità di continuare a lavorare. La sua pensione, a vita, è di 49,90 euro. Quasi la metà di quella concessa dall’Inps a una commessa 31enne di Montecarlo che per una malattia devastante non può più lavorare. Non molto diversa è la situazione di un ristoratore di Viareggio, malato gravemente, che dopo 12 anni di contributi, a 39 anni si ritrova a vivere, o meglio a riscuotere, 91,42 euro.
La casistica è vasta, anche se le cifre sono più o meno le stesse. Ad esempio, una commessa di Castelnuovo, colpita da malattia invalidante, dopo 8 anni di contributi riscuote una pensione di 76,60 euro.
I “ricchi”. In questo panorama, risultano benestanti quelli che superano i 100 euro di pensione al mese. Capita in casi rari. Ad esempio a un tecnico lucchese di 32 anni che, in virtù di una retribuzione molto alta, come si è ammalato in modo serio, ha ottenuto dall’Inps una pensione di 203,99 euro al mese. Che non sarà mai integrata al minimo. Lo stesso vale per un muratore 34enne di Badia Pozzeveri: come è diventato impossibilitato a lavorare, a causa di un trauma cranico, ha iniziato a riscuotere una pensione di 146,56 euro. E con quella deve andare avanti tutta la vita. Lo stesso vale per una commerciante di Barga di 44 anni che solo grazie al fatto di aver versato 15 anni di contributi, ora che è malata e non può più lavorare, riscuote 176,19 euro. Un po’ più alta la pensione che l’Inps ha concesso a una dipendente 29enne di Ripafratta che, dopo una malattia, non è tornata a lavorare: riscuote 162,35 euro al mese.
Le prospettive. Per i giovani, soprattutto per quelli che accumuleranno molti anni di precariato, le «prospettive non sono rosee - ammette Seghieri - anche perché, a oggi, nella legge non ci sono termini che consentano di ottenere le integrazioni al minimo. L’unica soluzione sarebbe un cambiamento della normativa». Ma questa battaglia - prosegue Seghieri - dovrebbe essere condotta «innanzitutto dai sindacati che non si sono accorti come le varie riforme del sistema pensionistico abbiano, di fatto, cancellato la solidarietà dalla previdenza. Basta pensare, ad esempio, che dal 1° gennaio 2012 nessun super pensionato verserà più all’Inps la percentuale dovuta oltre i 90mila euro l’anno».
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