Sicurezza
Gli enti pagano in ritardo, persi 500 posti in un anno
Varia: «Entro fine anno potrebbe chiudere un altro 20% di imprese» I Comuni tagliano il 45% degli appalti, le banche azzerano l’accesso al credito
LUCCA. Quasi 500 posti di lavoro cancellati in un anno. Una novantina di aziende sparite. E una crisi che minaccia di eliminare, entro la fine dell’anno, un altro 20% di imprese. Vacilla l’edilizia in tutta la provincia, già messa a dura prova dalla crisi economica negli ultimi anni. Ma a dare la spallata finale sono le pubbliche amministrazioni: da una parte dimezzano gli appalti di opere pubbliche; dall’altra impiegano in media 7-8 mesi per liquidare le fatture. Lasciando le ditte alla mercè delle banche per gli anticipi necessari a continuare a lavorare.
Il quadro che traccia Stefano Varia, ex presidente toscano di Ance e membro del consiglio regionale dell’Associazione nazionale dei costruttori edili, è drammatico. Ma potrebbe anche peggiorare «proprio a causa della morsa micidiale nel quale le ditte sono strette: i ritardati pagamenti delle pubbliche amministrazioni e la stretta creditizia delle banche».
I dati. Dal 2007 a oggi, il settore ha perso il 14,7% delle imprese iscritte alla Cassa edile. Più della metà delle 162 aziende cancellate, sono sparite nel 2011. Più allarmante è la percentuale dei posti di lavoro persi, circa il 20%: sono passati, infatti, da 4.498 del 2007 a 3624 addetti che risultano al gennaio 2012. Ma non passa inosservata l’accelerazione subita dalla disoccupazione nell’ultimo anno: se in un quinquennio i lavoratori lasciati a casa risultano 874, solo nel 2011 i posti persi sono stati 498. E’ vero che il dato dell’occupazione e e delle imprese è il risultato del saldo fra aperture e chiusure, ma il peggioramento della situazione è incontestabile. «Come è incontestabile - polemizza Varia - il fatto che si assista all’emorragia di aziende e di posti di lavoro nel settore dell’edilizia senza che nessuno intervenga. Non una parola da partiti, istituzioni o magistratura».
Le cause. Al primo posto della nuova fase della crisi dell’edilizia c’è il ritardato pagamento degli enti locali. I tempi di attesa per la liquidazione delle fatture - spiega Varia - vanno da 220 a 360 giorni. L’attesa media è di 7-8 mesi «a causa del patto di stabilità che, spesso, impedisce alle pubbliche amministrazioni di pagare le imprese, pur non essendo in crisi di liquidità. Era giusto mettere un tetto alla spesa pubblica, ma non certo strangolando le imprese che lavorano». E che, se tardano a consegnare le opere, sono sottoposte a penali giornaliere. Le amministrazioni ritardatarie non esitano ad applicare le penali mentre riducono sempre di più i lavori pubblici. «In un quinquennio - ammette Varia - le gare sono diminuite del 45%. E’ stata azzerata la manutenzione, soprattutto stradale. Sopravvivono gli interventi sugli edifici perché gli enti non possono evitarli, per le leggi sulla sicurezza. Ma si appalta il minimo indispensabile, nonostante uno studio di Ance abbia rivelato che il 70% delle scuole italiane non sia a norma: solo sistemandole si darebbe lavoro al settore per 20 anni».
La stretta creditizia. A rendere esplosiva la situazione - aggiunge Varia - è la stretta creditizia: «Sempre meno le banche assicurano anticipi alle imprese che vantano crediti nei confronti degli enti. L’accesso al credito è legato al rating (alla valutazione) delle imprese. Chi ha una ditta solida può riuscire a ottenere anticipi, anche se a costi altissimi. Decisamente più alti di quanto le banche paghino il denaro da dare in prestito».
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