Sicurezza
Pensioni, a rischio migliaia di persone rimaste senza lavoro
Cifre record per le ricongiunzioni: per passare all’Inps a una bidella chiesti 25mila euro per 7 anni di contributi
LUCCA. Il conto è arrivato alla bidella quando ormai stava morendo e non avrebbe neppure più potuto prendere una decisione: 25.777 euro per trasferire dall’Inpdap all’Inps 7 anni di contributi accumulati in circa 14 anni di contratti a termine. Paradossi della ricongiunzione che esplodono oggi, anche se nascono nel 2010, con una legge di Tremonti. Ed esplodono insieme all’altra emergenza del sistema previdenziale: quella degli “esodati”, i lavoratori usciti dalle aziende con scivoli, incentivi e mobilità convinti di essere accompagnati dagli ammortizzatori sociali alla pensione. Allontanata di anni, invece, dal decreto Salva-Italia.
In tutta la Provincia, sono centinaia i casi di persone che - dopo l’incentivo all’esodo - si trovano un “buco” contributivo e retributivo di anni, prima di arrivare a riscuotere la pensione. Ma ancora di più - migliaia - spiega il responsabile del patronato Inac, Libero Seghieri - sono le persone espulse dal mercato del lavoro senza alcun paracadute sociale, se non un sussidio di disoccupazione. Sono loro - spesso dipendenti di cooperative di servizi, dalle pulizie alla manutenzione - che non sanno come arrivare alla pensione. Soprattutto perché dalla pensione (di vecchiaia o di anzianità) sono separati da anni anagrafici o di contributi da versare. E a centinaia, i licenziati si rivolgono ogni giorno ai 65 sportelli Inac, sparsi sul territorio provinciale.
Ricongiunzioni. Migliaia di dipendenti pubblici - Comuni, Provincia, scuola, Asl - sono interessati dalla ricongiunzione all’Inps dei contributi versati all’Inpdap (il soppresso istituto previdenziale dei dipendenti pubblici). Al momento, i casi seguiti direttamente dall’Inac sono una quindicina nella provincia, ma nei prossimi mesi sono destinati a crescere. L’unico definito oggi è quello di una bidella che fra il 1986 e il 1989 e poi fra il 2000 e il 2010 aveva versato, con contratti a termine, contributi per 7 anni la cui ricongiunzione sarebbe costata oltre 25mila euro. La famiglia della donna, ormai deceduta, ha rinunciato a versare la cifra rinunciando anche alla pensione di reversibilità, perché troppo alta. Ma ancora di più costerà la ricongiunzione di altri dipendenti: il calcolo, infatti, tiene conto degli anni da ricongiungere e dello stipendio.
La ricongiunzione contributiva per i dipendenti pubblici - spiega Libero Seghieri - è diventata onerosa (a pagamento) con la legge 122 del 2010, voluta da Tremonti. «Il passaggio dei contributi dall’Inpdap all’Inps - aggiunge con Giuliano Testi, responsabile del settore pubblico impiego per l’Inac - resta gratuito solo per le persone che abbiano cessato definitivamente il servizio entro il 30 luglio 2010 o che abbiano presentato domanda di ricongiunzione entro il 30 giugno 2010». Comunque sia - commenta Seghieri - è «assurdo dover ripagare per contributi già versati a un istituto previdenziale in quote maggiori a quelle che sarebbero state dovute all’Inps».
I calcoli ritardati. L’altro problema legato alla ricongiunzione - prosegue Seghieri - è che l’Inps non ha ancora i programmi per i calcoli. Così è accaduto che per la bidella la ricongiunzione sia stata calcolata a mano, dopo diversi solleciti dell’Inac. In altri casi, però - sottolinea Testi - l’attesa è di anni. Il caso eclatante è stato quello di un ex dipendente di un impianto comunale ad Altopascio, divenuto poi ferroviere. La domanda di calcolo è stata presentata 20 anni fa: la definzione è arrivata da pochi mesi. «Ormai - ammette Testi - la norma è che Inps analizzi le pratiche arretrate solo quando per il lavoratore scatta l’ora di andare in pensione».
Gli “esodati”. Centinaia sono le persone che hanno lasciato il lavoro accompagnate da uno scivolo o dalla mobilità e che non potranno riscuotere la pensione per anni perché il decreto Salva-Italia ha modificato i requisiti per ottenerla. «Nella scala dei problemi creati dalla riforma pensionistica - dice Seghieri - gli “esodati” sono i penultimi in graduatoria perché in qualche modo la loro uscita dall’azienda è stata protetta da accordi aziendali, avallati dai sindacati. Queste persone possono usufruire i ammortizzatori sociali, come la mobilità (fino a 3 anni per dipendenti ultracinquantenni) alla quale si dovrà aggiungere una specie di indennità (sembra della durata massima di 18 mesi, ndr) che dovrà essere definita da un decreto atteso entro la fine di giugno. Questo, però, non toglie che dovranno affrontare un buco di anni prima di poter riscuotere la pensione. Ma in questo momento, c’è anche chi è meno tutelato di loro: i licenziati. E ogni giorno i nostri sportelli ricevono centinaia di persone in queste condizioni».
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