Sicurezza
Muore a 33 anni nel letto di casa
Si era fratturata il bacino in un incidente stradale, l’autopsia chiarirà se si tratta di un’embolia
VERCIANO. La tragedia si consuma all’improvviso nella sua camera dell’abitazione di via Ponte Strada a Verciano. Silvia Giovannetti, 33 anni, ex direttrice commerciale di un’azienda a Marlia e attualmente in attesa di un lavoro, costretta a letto dopo una breve degenza ospedaliera per la frattura del bacino riportata in un incidente stradale avvenuto 19 giorni prima, inizia a sentirsi male. Dolori lancinanti, poi la perdita di conoscenza. Sono le 19,30 di mercoledì sera quando i volontari del 118 e il medico dell’ambulanza cercano di rianimarla. Ma la corsa verso l’ospedale è inutile: Silvia muore prima dell’arrivo al pronto soccorso.
Sino alle 14,30 aveva parlato dei progetti e del futuro con il suo convivente, Rudi Guidi, 34 anni, rappresentante. Niente faceva pensare ad una fine prematura. Una morte che fa discutere e che, inevitabilmente, viene messa in relazione con le cure e i controlli immediati e e successivi all’incidente stradale avvenuto l’8 marzo scorso e nel quale la giovane donna riportò la frattura del bacino. Sono distrutti dal dolore il papà Enrico Giovannetti, operaio alla ditta d’impianti elettrici Baldassarri, e mamma Iva Baldaccini, dipendente del bar La Corte in via Sottomonte a Guamo. Silvia era la loro unica figlia, l’angelo di casa. Non hanno più lacrime da versare, non riescono a capire come nel 2012 si possa morire per una banale frattura del bacino. C’è il sospetto che ad uccidere Silvia sia stata un’embolia polmonare. Per fugare qualsiasi dubbio il magistrato di turno, sostituto procuratore Antonio Mariotti, ha incaricato il dottor Marco Di Paolo dell’università di Pisa di svolgere stamani l’esame autoptico all’obitorio del Campo di Marte. Ad accusare il sistema sanitario è Rudi Guidi, il fidanzato-convivente di Silvia. «Dopo l’incidente è rimasta per sei ore al pronto soccorso del Campo di Marte senza venire sottoposta ai raggi per verificare se fosse in atto un’emorragia interna. Le hanno diagnosticato la frattura del bacino e dopo un ricovero di una decina di giorni in ospedale l’hanno rimandata a casa. Le cure? Immobilizzata a letto e sottoposta a iniezioni di calciparina, un farmaco in grado di ridurre la capacità di coagulare del sangue per prevenire la formazione di trombi e il distacco di emboli dai coaguli di sangue già formati proprio in virtù del lungo periodo di tempo senza muoversi. Mercoledì alle 14,30 l’ho vista per l’ultima volta prima di andare a lavoro. Era tranquilla perché ormai tra un paio di giorni avrebbe lasciato il letto per la poltrona come da prescrizione medica. Era a casa da una decina di giorni e al di là del comprensibile dolore alla schiena e alle gambe causato anche dall’impossibilità di muoversi non accusava altri disturbi. Tutto procedeva bene tanto che il 16 aprile era stato fissato l’appuntamento per una visita di controllo. Non possiamo rassegnarci: io, i genitori, le persone che volevano bene a Silvia vogliono una spiegazione sulle cause del decesso. Se qualcuno ha sbagliato, ha sottovalutato la situazione clinica o non ha eseguito i necessari accertamenti dovrà renderne conto. Confidiamo nell’operato della magistratura».
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