Gioco
Non vuol togliersi gli anelli regalati dal padre morto e l’arbitro gli nega il permesso di giocare la partita
Lamine Sengor Junior, 30 anni, difensore della Morianese (Seconda Categoria) considera sacre quelle fedi e prima del match con il Fornaci nessuno direttore di gara gli aveva vietato di tenerli coperti con vistose fasciature
LUCCA. L’arbitro gli impone di sfilarsi due anelli che lui considera sacri: sono un dono del padre, deceduto, quando lui aveva 12 anni. Nessuno tra i direttori di gara, prima di quella partita, gli aveva negato di giocare. Perché Lamine Sengor Junior, 30 anni, senegalese, terzino della Morianese, faceva molta attenzione: copriva le dita con una fasciatura bianca per evitare che la corona circolare metallica potesse far male a qualcuno durante un contatto di gioco. Ma il sentimento e il rito di questo calciatore per hobby (vive in Italia da 12 anni e da 10 lavora come pavimentista) non tocca le corde dell’inflessibile arbitro Federico Attori della sezione di Firenze. Siamo in Seconda Categoria, ma per lui è come se fosse la serie A. O Lamine si toglie gli anelli oppure non gioca. Con le lacrime agli occhi il terzino venuto dal Senegal obbedisce. Ma i due anelli non escono. Il primo, quello più grande, alla fine viene tolto dall’anulare insanguinato del ragazzo. Ma non basta. Anche la fede più piccola deve venir via. Ma, nonostante il sapone e gli sforzi, lui e i suoi amici non riescono a toglierla. Il fiscale Attori depenna Lamine dalla lista dei calciatori che scenderanno in campo. Provocando le ire del tecnico - espulso e squalificato per sei mesi - dei compagni di squadra che minacciano di non giocare la partita (saranno poi convinti dai dirigenti) e persino degli avversari che sono dalla parte di Lamine. Ma è tutto inutile. L’anello non si sfila e il terzino non gioca. La dura legge del calcio.
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