Il dolore
«Le mie 24 ore nell’inferno di ghiaccio»
Un escursionista di Piazza al Serchio è caduto in un crepaccio sul Monte Bianco. Si è tenuto in contatto con il cellulare
PIAZZA AL SERCHIO. Il freddo. Il buio. E la paura di non farcela. Sono queste le sensazioni che Rino Pancetti porterà impresse nella memoria per tutta la vita. Lunedì mattina il 58enne escursionista di Piazza al Serchio è stato inghiottito dal Col du gros Rognon, un ghiacciaio che si trova a 3.400 metri sopra il livello del mare, nel massiccio del monte Bianco. Ha trascorso quasi 24 ore nel ventre della montagna, a venti metri di profondità, in un cunicolo di 60 centimetri, in mezzo a pareti ghiacciate che sembravano pronte a seppellire lui e la sua vita per sempre.
Per fortuna non è andata così e oggi può raccontare questa discesa (con ritorno) nell’inferno ghiacciato. «Tutto è iniziato lunedì mattina intorno alle 10, mentre stavo facendo un’escursione insieme a mio cognato sul Col du gros Rognon, in territorio francese – racconta Pancetti raggiunto al telefono mentre sta tornando in Italia – Mi sono allontanato da lui per fare una foto e improvvisamente sono precipitato in un crepaccio, probabilmente coperto dalla neve».
Un ponte di ghiaccio invisibile alla vista si è trasformato in una botola spalancata verso il centro della terra: «Sono caduto per diversi metri e sono atterrato su neve morbida – racconta Pancetti – Mi sono fatto male solo a una mano. Poco a poco sono scivolato all’indietro per un’altra decina di metri. Ero coperto dal ghiaccio, respiravo male e non vedevo niente. Avevo paura che le pareti crollassero ricoprendomi completamente».
Lo spavento iniziale è grande. Pancetti cerca di recuperare lucidità, di capire dove si trova e di rimettersi in piedi. Sta bene, a parte il dolore alla mano, ma vede poco, anche perché nella caduta ha perso gli occhiali. Sente solo il freddo e la paura: «All’inizio ho gridato – racconta – Ma non rispondeva nessuno».
A salvargli la vita è stata probabilmente la tecnologia. «Il cellulare che avevo in tasca funzionava ancora – racconta – Così ho provato a telefonare a mio cognato che stavolta ha risposto e entrambi abbiamo cercato di tranquillizzarci». Mentre in superficie si organizzano i primi soccorsi, Pancetti se ne sta in piedi nel suo minuscolo corridoio. Si muove poco pensando che sollecitare le pareti non sia una buona idea. «Esaminavo la neve – spiega – cercando di capire se potesse reggere senza crollare». Passano le ore e il suo unico contatto con il mondo è il cellulare. Parla di nuovo con il cognato e poi con i soccorritori. Infine, intorno alle sei del pomeriggio la batteria si scarica e alle 19,30 anche le ricerche si interrompono per il sopraggiungere della notte. Pancetti fatica a ricordare come ha trascorso quelle ore: «Sono rimasto sempre sveglio – dice l’uomo che a Piazza al Serchio è socio di un’azienda di materiali edili – Era freddo ma ero ben equipaggiato e indossavo calze termiche. Non avevo né berretto né guanti ma non pensavo all’assideramento. E poi sapevo che mi stavano cercando». E, infatti, ieri mattina i soccorritori sono riusciti ad individuarlo, si sono calati nel cunicolo, lo hanno imbracato e riportato in superficie. «È stata una liberazione – racconta – Ma non pensavo di aver suscitato tanto allarme. Quando sono uscito dal buco volevo rimettermi in macchina e tornare a casa – racconta Pancetti – Invece, ho scoperto che la mia famiglia era stata avvisata e si trovava già sul posto. Di sicuro, sono stato fortunato e per un po’ lascerò perdere le escursioni».
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