Sicurezza
Un esercito di finti precari usati come dipendenti
Contratti a progetto spesso usati per mascherare rapporti di lavoro subordinato Sono 168 i casi rilevati dall’ispettorato: maxi sanzioni per i datori di lavoro
LUCCA. Appaiono come volenterosi, qualificati e formalmente autonomi. In realtà sono sfruttati, sottopagati, e ufficiosamente subordinati. Sono i cosiddetti “finti precari”, persone spesso giovani, assunte con “contratti a progetto”, ma costrette a rispettare un orario fisso, a svolgere mansioni banali (anche per anni) e a rispettare senza discutere gli ordini del titolare. In pratica, tutto quello che fanno i normali lavoratori dipendenti. Sennonché, il loro contratto è molto meno ricco e garantito, dato che prevede contributi pensionistici assai bassi, ed è privo di ferie, maternità o malattie.
Su questo esercito di sfruttati ha deciso di puntare lo sguardo anche l’Ispettorato del lavoro di Lucca diretto dal dottor Roberto Sarti. In due anni sono stati ben 168 i casi scovati dagli 007 dell’ente, coadiuvati nei controlli da Inps e Inail, che hanno richiesto ai datori di lavoro “beccati” il pagamento di sanzioni salatissime, il recupero dei contributi e la riqualificazione del lavoratore. Anche se raramente il co.co.pro si trasforma un contratto a tempo indeterminato.
Di casi ve ne sono molti. In un calzaturificio della Piana, ad esempio, gli ispettori hanno trovato ben 8 dipendenti impiegati alla manovia con delle palesi irregolarità: 4 lavoravano al nero e 4 con contratto a progetto. «Il titolare – spiega la dottoressa Chiara Gabelloni – ha preso una multa di 16.970 euro, a cui si va ad aggiungere un recupero per i contributi non versati pari a 10 mila euro».
I callaboratori a progetto costano poco e possono essere facilmente scaricati in caso di cali produttivi. Peccato che secondo la normativa, questo tipo di contratti può essere impiegato solo per compiti specifici e qualificati. Inoltre i rapporti con i co.co.co.pro dovrebbero essere caratterizzati dall’autonomia del collaboratore in funzione del risultato, da una durata che deve essere determinata o determinabile, dall’irrilevanza del tempo impiegato per l’esecuzione della prestazione e soprattutto dall’assenza di un vincolo di subordinazione.
Purtroppo, però, c’è anche chi pensa di poter usare questi contratti per mettere su l’intero organigramma necessario a mandare avanti un albergo. «È quanto abbiamo riscontrato nel settembre del 2011 in una struttura ricettiva della lucchesia – prosegue la dottoressa Gabelloni – C’era di tutto: tre baristi, un cuoco, due addetti alle pulizie, una cameriera e un operaio generico. Su un totale di 12 lavoratori, 8 erano assunti con contratti a progetto e gli altri con forme di praticantato anch’esse irregolari». In questo caso il datore di lavoro si è beccato una sanzione da 28mila euro e un recupero contributivo pari a 34.500 euro.
Un capitolo a parte meritano le motivazioni che i datori di lavoro si inventano per giustificare il ricorso a un tal tipo di contratto. Ce ne sono molte fantasiose, altre inverosimili e persino alcune degne di un novello “azzeccagarbugli”. «Ad un barman – spiega ancora Gabelloni – veniva chiesto di “inventare nuovi cocktail”. Peccato che dopo oltre un anno non avesse battezzato nessuna nuova bevuta, ma svolgesse ordinariamente il lavoro di un barista. Oppure c’è la giovane commessa a cui era stato dato il compito “di addobbare le vetrine” ma che in realtà faceva un po’ tutto. Spesso, infatti, dietro queste formule si nascondono rapporti di lavoro subordinato».
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