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Lucca

Nessuno difende più i privilegi della curia: «Deve pagare l’Imu»

di Duccio Casini
Nessuno difende più i privilegi della curia: «Deve pagare l’Imu»

Basta esenzione per gli immobili che producono redditi Dai politici di destra, di centro e di sinistra è un coro

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LUCCA

Ha ragione Mario Monti. Anche la Chiesa deve pagare l’Ici (o meglio, l’Imu come si chiama adesso l’imposta sulla casa) anche se l’auspicio è che vengano tassate solo quelle imprese commerciali (dalle cliniche agli alberghi) che producono reddito. Insomma, che restino fuori gli oratori e comunque tutti gli edifici che offrono servizi sociali. Amministratori e candidati a sindaco non hanno dubbi. Se di giustizia fiscale si parla, allora che anche preti e suore facciano il loro dovere di contribuenti. Come tutti gli altri cittadini. Anche se in questa fase - quando ancora non si conosce nel dettaglio il provvedimento, per ora sul tavolo del premier - i Comuni non possono quantificare l’ipotetica cifra da incassare dalla Chiesa. E in Curia fanno sapere che «non tutto il patrimonio religioso appartiene al vescovo o alla diocesi. Anzi, la maggior parte è di istituti secolari o comunità religiose che hanno propri ordinamenti. Come le squadre di calcio di A: partecipano al medesimo campionato, ma ognuno ha una società diversa. Noi, è bene precisarlo, l’Ici la paghiamo e continueremo a farlo».

La stretta dell’Ici sulla Chiesa dovrebbe portare ai comuni italiani circa 600 milioni di euro. Molti immobili esentati entreranno nel conto e i vari uffici tributi si stanno attrezzando per fare le prime stime. In attesa di avere il testo definitivo e quindi di poter fare previsioni attendibili.

«Sono d’accordo con il Governo - dice Amelia Coli, assessore alle finanze della giunta del sindaco Mauro Favilla -, è un fatto di equità. E’ un momento difficile e tutti siamo chiamati a fare la nostra parte. Resta poi da vedere quanto resterà ai Comuni. Ora l’Ici sulla prima casa non ci porta nulla e di quella sulla seconda abitazione ci rimane solo il 50 per cento. Facciamo gli esattori per conto del Governo».

Il sindaco di Porcari, Alberto Baccini, ritiene che la Chiesa debba pagare l’imposta sulle attività commerciali («peraltro assenti nel mio territorio») ma va oltre: «Non vorrei che fossero penalizzate le parrocchie, il cui ruolo sociale è fondamentale. C’è tutto un lavoro quotidiamo importantissimo, che va riconosciuto. Si potrebbe studiare un’aliquota agevolata, semmai, per le attività religiose commerciali».

Ma tassare le opere di carità (oratori, mense per i poveri, centri di accoglienza per immigrati, bisognosi e senza dimora no. Non sarebbe un atto di giustizia. La pensa così anche Alesandro Tambellini, candidato sindaco del centrosinistra: «Ricordiamoci che le porte delle chiese sono sempre aperte per aiutare chi è in difficoltà. Quindi, bene il criterio di equità. Ma stiamo attenti a non tagliare tutto col coltello».

Secondo Pietro Fazzi, candidato a sindaco dell’Udc, «la Chiesa non cerca privilegi e non copre gli evasori. È giusto che la legge italiana riservi un trattamento particolare agli enti no-profit e alla Chiesa, ma è doveroso che alla rinuncia ad una parte del privilegio da parte della collettività si corrisponda con rispetto e serietà. Per questo è giusto che i controlli siano fatti senza "guardare in faccia" a nessuno».

Altro candidato primo cittadino: Luca Leone. «Le attività che danno reddito vanno tassate, quelle con finalità sociali e educative no». Da Capannori, l’assessore alle finanze Lara Piazza applaude Monti:«Tutti dobbiamo contribuire. Anche la Chiesa».(d.c.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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