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«Non c’è nessuno che meriti di restare solo»

«Non c’è nessuno che meriti di restare solo»

Le riflessioni della direttrice Caritas dopo la tragedia del cingalese ucciso dal gelo vicino alle Mura

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LUCCA

Ha suscitato profondo dolore la morte del cingalese assiderato a due passi dalle Mura. Vicino a case comode, riscaldate. Lui, una vita disperata alle spalle e un futuro incerto, non aveva neppure un centesimo nel portafogli.

Donatella Turri, direttrice della Caritas, riflette sulla tragedia. Sarà proprio quella domenica da me si festeggiava un compleanno bambino e si era insieme, calda la stanza e tirata la tavola. Sarà che la neve è bella come una casa quando la guardi da dentro un cappotto o da dietro un vetro. E poi sarà che Lucca è meravigliosa così, sorpresa da una carezza bianca come da uno scherzo. Sarà per questo che io non me lo so perdonare che un uomo di 38 anni sia morto di freddo e di solitudine, in un sabato di quasi festa, di carnevale, in un posto davanti a un parcheggio sempre pieno e ai locali dove si va per stare bene. Era un alcolista, si sono affrettati a dire. Chi lo sa quanti errori avrà fatto. Tanti da esserne rimasto solo. Prima, io vorrei raccontare oggi che si chiamava Fernando Warnakulasria».

Turri aggiunge. «Non so chi era Fernando Warnakulasria. È proprio questo che non mi perdono. Che io non lo conoscevo e che lui non ci conosceva o non si è fidato abbastanza di noi, tanto da poter avere un'alternativa a morire da solo. Eppure, ce lo ripetiamo come una consolatoria assoluzione da ieri sera, i dormitori ci sono, e ci sono le mense e molti centri di ascolto. Qualcosa anche lui conosceva, aveva chiesto... Sì. Ci sono. E per fortuna. Ma sono tutti posti dove si deve arrivare. Li si deve conoscere, cercare, spiegare il bisogno, fare una richiesta e poi avere la fortuna che non siano pieni. Quanti passi chiedono a un uomo che ha come orizzonte necessario il suo solissimo cartone di vino cattivo? E quanti ne chiedono alle molte famiglie che dormono in macchina perché sono state sfrattate o vivono in case freddissime, umide e non ci sono più i soldi neanche per comprare una bombola del gas? Sono troppi i passi, troppo l'impegno e l'iniziativa richiesta, troppa la consapevolezza. La maggior parte del dolore che conosciamo è un dolore sordo e muto, partorito dalla solitudine. Sono quelli che non hanno saputo chiedere aiuto quasi mai in vita loro. Come si pretende che comincino a farlo ora, disperati di più? E poi, perché dovrebbero chiederlo a noi, spesso poco organizzati, poco in rete, poco efficienti. Li dobbiamo raggiungere. Non esiste nessuno che si meriti di rimanere solo».

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di Redazione Pisa