Sicurezza
Muore assiderato nel rifugio di fortuna
Tragica fine di un immigrato cingalese trovato cadavere da un connazionale sotto la tettoia di un’azienda lapidea
di Luca Tronchetti
LUCCA
Il grande freddo presenta il suo tragico conto. Dramma dell’emarginazione e della solitudine ieri mattina alle porte della città. Un cingalese clandestino, sposato e padre di tre figli, è morto assiderato tra le lapidi e sotto la tettoia di un azienda di marmi e graniti in via Cantore proprio di fronte al pub l’Ottavo Nano e a 20 metri dalla Snai.
La vittima è Fernando Warnakulasria, 38 anni, nativo dello Sri Lanka e per anni residente vicino ad Amsterdam in Olanda dove lavorava in un ristorante. A scoprire il corpo senza vita dell’immigrato un connazionale - Rosan Fernando, 40 anni, di S. Vito, permesso di soggiorno per asilo politico - che mezz’ora prima l’ha chiamato al cellulare senza ottenere risposta. Così è andato nel luogo dove ormai da oltre un mese i due passavano la notte: l’esterno della ditta Angelo Borelli e figli. Il cingalese era lì: disteso su una tavola di compensato adoperata come giaciglio e con indosso un giubbotto liso e un paio di pantaloni di lana. In tasca un portafogli senza nemmeno un centesimo. A ripararlo dal gelo polare (nella notte la temperatura è scesa sino a 4-5 gradi sotto zero) la tettoia in ondulato dell’azienda a conduzione familiare e dei cartoni utilizzati come coperte. L’amico che dormiva con lui sino a 24 ore prima e che, proprio per il freddo pungente, aveva deciso sabato notte di trovare un ricovero alla stazione di Pisa ha provato a scuoterlo, a svegliarlo. Ma ci sono voluti pochi secondi per fargli capire che il compagno di sventura non poteva più rispondergli. L’inverno se l’era portato via e il suo corpo senza vita ne era la prova evidente.
L’allarme. Poco prima delle 13 la questura riceve la telefonata del cingalese e avverte un’ambulanza del 118 con medico a bordo. In meno di due minuti sono tutti in via Cantore. Ma si capisce subito che non c’è più nulla da fare. «Arresto cardiaco cagionato da ipotermia» sentenzia il medico in servizio mentre parla con gli agenti della volante che scoprono la sua identità dall’unico documento trovato in tasca: la denuncia di smarrimento del passaporto datata settembre 2011. Il cadavere di Warnakulasria viene trasferito all’obitorio del Campo di Marte. Il magistrato di turno, Enrico Corucci, visto che il decesso è avvenuto inequivocabilmente per assideramento (una causa naturale) non chiede accertamenti diagnostici e concede il nullaosta per la sepoltura.
Gli amici. Il primo senzatetto vittima del grande freddo era in Italia dal febbraio scorso. Con la moglie Ghita e due figli piccoli (la terza è nata pochi mesi fa a Lucca) aveva lasciato Amsterdam dove lavorava come aiuto cuoco. Secondo quando affermano alcuni conoscenti se n’era dovuto andare dall’Olanda perchè gli era scaduto il permesso di soggiorno. Aveva deciso allora di trovare una nuova opportunità in Italia. Con la famiglia era arrivato sino a Lucca dove vivono e lavorano il fratello Pathum Suranga, 30 anni, operaio, residente a Capannori e la cognata. Ma in 8-9 mesi di permanenza non ha avuto l’opportunità che cercava. Senza un lavoro stabile viveva con l’aiuto di amici e di enti caritatevoli.
La disperazione. Era stato ricoverato due volte in ospedale per problemi legati all’alcolismo.
E dopo un violento litigio la moglie aveva deciso di lasciarlo trovando ospitalità con i figli piccoli in un centro sociale a Bagni di Lucca.
«Non stava bene. - dice uno dei connazionali che ha provato ad aiutarlo in questi mesi - Mangiava alla Caritas, ma dopo la separazione dalla moglie e l’impossibilità di trovare un lavoro anche per il suo stato di clandestinità,aveva iniziato a bere. Era disperato e da un paio di mesi passava la notte sotto la tettoia di quell’azienda. Lui e l’amico Rosan avevano trovato un pertugio dove infilarsi per raggiungere la tettoia e ripararsi in qualche modo dal vento e dalle intemperie».
Di giorno il cingalese passava molte ore alla sala giochi e scommesse della Snai: «Lo faceva - ricorda un senegalese che lo conosceva di vista - per ripararsi dal freddo. Ma alla sera i dipendenti lo invitavano ad uscire per la chiusura e lui non sapeva dove andare. Per lui il lavoro non c’era».
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